Clicca qui per Opzioni Avanzate


Super-Interpretazioni Austriache: Banchieri o Passacarte?

5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 voti, media: 4.6 su 5)
Loading ... Loading ...

April 15th, 2010 by Leonardo

965 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

 

di Leonardo, IHC


In un pezzo precedente ho sottolineato la strada aperta da Bagus verso la “redenzione” della riserva frazionaria. La sua spiegazione passava dall’equiparazione della posizione bancaria di depositi a vista e prestiti a termine con quella di un qualsiasi mismatch temporale (mesi fa una mia analoga posizione mi ha guadagnato una sostanziale targa di “eretico” su Usemlab); il problema più rilevante riconosciuto da Bagus è la distorsione operata dalle garanzie statali.

Nella sua esposizione Bagus cita Mises e Rothbard, e pone alcune critiche anche a certe trattazione intellettuali del rapporto tra risparmi e investimenti. Secondo me troppi economisti non sanno, o hanno dimenticato, dove risiede l’aspetto imprenditoriale dell’attività bancaria.

Bagus cita Mises nel richiamare la “Golden Rule” di Hübner (1853): “il credito che la banca concede deve corrispondere quantitativamente e qualitativamente al credito che questa raccoglie. Più precisamente, la data alla quale scadono le obbligazioni bancarie non deve precedere la data di realizzazione dei corrispondenti impieghi. Solo così può essere evitato il rischio di insolvenza”. A questo si aggiunge la citazione di Rothbard, per cui “un altro modo di vedere l’essenziale e connaturata infondatezza concettuale della riserva frazionaria è prender nota della regola basilare di una corretta gestione finanziaria [per cui] la struttura temporale dell’attivo di una azienda non deve essere più lunga di quella del passivo”.

Si sostiene che le banche abbiano dimenticato questa Golden Rule; io però vi dico che, a parte le distorsioni dovute alle garanzie statali di cui già discusso, le banche hanno sempre ben presente questo fattore di rischio. L’applicazione perfetta di questa regola, attraverso contratti di credito e debito perfettamente sovrapponibili, eliminerebbe del tutto il rischio di illiquidità (si fa per dire: mandate in difficoltà metà portafoglio crediti di una banca con conseguente necessità di rinegoziare le condizioni, cioè allungare i contratti, in un momento di stallo dell’interbancario e senza “prestatori di ultima istanza”, poi me la raccontate, la Regola d’Oro; ma concediamolo per una sistema “sano” à la Mises). Ma allora a cosa servirebbero le banche? Dovrebbero limitarsi a un ruolo di mera piattaforma di incontro tra istanze di offerta e domanda di capitali omogenei? Dove è il carattere imprenditoriale di questa attività di “passacarte”? E, soprattutto con i mezzi attualmente disponibili, servirebbe ancora una banca o basterebbe solo un “contatto meccanizzato” tra domanda e offerta? In altre parole, l’esistenza delle banche è stata finora giustificata solo dallo sfruttamento della riserva frazionaria o di una qualche cospirazione su una gestione accentrata di credito e moneta di cui il time mismatch è strumento?


In realtà c’è molto di imprenditoriale nell’attività bancaria; a parte la possibilità di screening e monitoraggio del credito che sono una rilevante fonte di informazione nel mondo reale (si ricordi il lavoro di Modigliani e Miller), l‘imprenditore-banca sostiene un rischio nel cercare, tra tutto il risparmio detenuto formalmente “a breve” o “a vista”, quella componente che può considerarsi stabile nel “lungo”. I banchieri fanno questo, e non ne fanno mistero: in un’intervista un esponente di ING BANK ha detto chiaramente che la banca ha riconosciuto che dalla massa di depositi del Conto Arancio circa un 50% può considerarsi “stabilmente depositato” fuori da esigenze di cassa, pertanto ING detiene un 50% di tali depositi come riserva (altro che 2%…) e può investire la parte restante su tempi più lunghi (e più redditizi). È assurdo pensare che nessun altro faccia lo stesso ragionamento.

Certamente questa attività è rischiosa, ma l’attività imprenditoriale lo è per definizione! E come ogni attività imprenditoriale questa è un’attività di “scoperta di opportunità” soggetta (aiuti e garanzie a parte) al giudizio del mercato. Ritengo che la comprensione dell’ambito imprenditoriale delle banche serva a restituire valore a tale attività, non banalizzandola in un ruolo da “passacarte”, e pure e ridimensionare l’enfasi di protezione sul sistema: non deve esistere una imprenditorialità così protetta e avvantaggiata rispetto alle altre! Il problema si sposta dagli strumenti tecnici dell’imprenditore ai privilegi concessi dallo Stato, distorsivi dell’utilizzo i quegli stessi strumenti.

E pure questo riconoscimento di imprenditorialità all’attività bancaria è necessario per posizionare i richiami di Mises alla Golden Rule e rispondere così al “lamento” di Bagus sul perché Mises “non prosegua con una analisi riguardante la violazione di questa istituzione”: sul piano formale questa è una regola di “zero risk”, ma l’imprenditore è colui che “prezza il rischio”, pertanto la Regola d’Oro può essere un consiglio ma non un’imposizione, e credo che Mises non intendesse mai imporre alcunché a chiunque e appunto per questo non è andato “oltre” nelle sue indagini. Sul piano sostanziale ed extra-formale diventa una condizione di equilibrio aziendale di lungo termine valido quanto “ricavi maggiori dei costi”, ma basata su un elemento da “scoprire imprenditorialmente”, quel risparmio formalmente a breve ma sostanzialmente a lungo, la cui conoscibilità a priori e fuori dal processo studio-ipotesi-errore-apprendimento degli imprenditori non è ammissibile. La Golden Rule vale come dire che il tasso di interesse di mercato non deve discostarsi dal tasso di interesse naturale, ma nessuno sa a priori quale quest’ultimo sia. la posizione di Rothbard mi pare una radicalizzazione di quella di Mises, per cui non credo abbia bisogno di commenti ulteriori.


Bagus critica anche alcune schematizzazioni concettuali come il modello dei Fondi Prestabili richiamato da Garrison. Credo che sottostante ci sia la spocchiosa tendenza a criticare l’uso di strumenti formali dal sapore neo-classico, ma nell’esplicito la critica riguarda la perdita della varietà di maturity dei piani di risparmio individuali, e quindi dell’evidenza del time mismatch con gli investimenti. Ritengo che la critica sia eccessiva anche perché trascura la possibilità (se non fattualità) che le persone possano avere un orizzonte temporale ben più corto della loro effettiva capacità di risparmio, per cui “rollano” continuamente il loro risparmio al limite del loro orizzonte di visibilità. Con le dovute proporzioni è come considerare un risparmio detenuto su conto corrente (orizzonte del risparmiatore in pratica nullo) stabilmente per mesi o anni (orizzonte o capacità effettiva di risparmio).

In tal senso considerare, ai soli fini di schema concettuale, un risparmio con unica scadenza costante e omogenea come nel caso dei Fondi Prestabili non inficia alcun ragionamento e non nasconde il problema del time mismatch con gli investimenti (avendo questi un roundabout variabile come nel caso austriaco). Le banche sono, anche in questo contesto, un imprenditore che cerca un coordinamento tra risorse disponibili e possibili impieghi, con spazio sia per creazione di valore che per errori, come per qualsiasi imprenditore.


In conclusione, l’austrismo rischia costantemente radicalizzazioni profonde e tali da bloccare qualsiasi mediazione o dialogo sia con altri sistemi di pensiero sia con la realtà che viviamo.

La ottima intuizione del fondamentale time mismatch viene inoltre paradossalmente utilizzata per suggerire una qualche adozione universale della Regola d’Oro di Hübner, esautorando così le banche del loro contenuto imprenditoriale per altro disconosciuto. Al contempo però Bagus apre una breccia in questa perfetta zero-risk strategy ammettendo un qualche grado di sostenibilità di un continuo roll over senza però spiegarne adeguatamente i fondamenti (e nemmeno può farlo, finché trascura il contenuto imprenditoriale di “trasformazione delle scadenze” da parte delle banche).

Il peccato originale qui non è l’austrismo (che per me rimane la via più valida alla comprensione dell’economia), ma la sua super-interpretazione che semplicemente confonde forma e sostanza.

Print This Post

5 Responses to “Super-Interpretazioni Austriache: Banchieri o Passacarte?”

  1. 1

    silvano Says

    Il fatto che il depositante pretenda un interesse e sia consapevole del fatto che la banca presta i suoi soldi dà una buona patina di legittimità al time mismatch sui depositi a vista. Anche se con tutta franchezza il retail banking non è un’attività particolarmente geniale. Una larga fetta del monitoraggio del rischio viene svolta dalle tecnologie informatiche, il livello di standardizzazione è piuttosto alto; beh c’è molto data entry nel settore del credito. In assenza di banca centrale e protezioni statali, considerato che l’innovazione finanziaria non si brevetta, il tasso di competitività sarebbe molto elevato ed i margini più bassi degli attuali. Inoltre avrebbe un senso anche la distinzione tra depositante e creditore a vista. L’esistenza di una B.C., la garanzia statale sui depositi e la riserva frazionaria sono un combinato disposto che rendono ridondante la stessa figura del mero depositante. I fondi che sono risparmiati per pura accumulazione o “tesaurizzazione” hanno un ruolo importante: sottraggono provvista al mercato del credito. Indicano una necessità di incrementare (o diminuire, quando vengono smobilizzati) il tasso di interesse. Su questo vedo se ritrovo qualcosa di interessante scritto da Hoppe.

  2. 2

    silvano Says

    Trovato il link:

    “The Yeld from Money Held” Reconsidered: http://mises.org/daily/3449

    in italiano: http://gongoro.blogspot.com/2008/06/mondo-difficile-futuro-incerto.html

  3. 3

    Biagio Muscatello Says

    L’idea del banchiere-imprenditore non è nuova: era una tesi esplicita di Schumpeter (austriaco ‘eterodosso’).
    L’imprenditorialità del banchiere di Hayek si esprime in forme diverse rispetto a quella di Schumpeter: il banchiere di Schumpeter crea moneta per finanziare un progetto innovativo; il banchiere di Hayek deve valutare esattamente la rischiosità di ciascun prestito e caricarla di un costo corrispondente.
    Su Hoppe - ottima la conferenza citata da Silvano. Mi sarei aspettato di trovare nella bibliografia The Pure Theory of Capital di Hayek: gl ultimi 4 capitoli sono dedicati proprio ai problemi della liquidità, rischio, etc.

  4. 4

    Leonardo Says

    Eh eh ma io mica pretendo di dire qualcosa di nuovo: ho molti amici austrofili che pensano che fare il banchiere sia una cosa da nulla, tutto qui.

  1. 1

    To’, un Banchiere! at Ideas Have Consequences

    […] S’è già detto, qui su IHC, che il banchiere è un imprenditore, per quanto una certa critica purtroppo austriaca immagini un ruolo praticamente di passacarte e per quanto il sistema monetario corrente non incentivi all’esercizio di queste capacità di “scoperta” hayekiane. […]

Aggiungi un tuo Commento