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Politiche Industriali Fintamente Assenti

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August 31st, 2010 by Leonardo

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 di Leonardo, IHC

 

Abbiamo letto l’ottimo contributo dell’avv. Rubini sull’art.41 della Costituzione. Nella sua esposizione Rubini ricorda di quell’unico esempio di legge di programmazione economica nel ‘67, cui non pare esser seguito alcun altro intervento governativo a “dirigere” l’evoluzione dell’economia italiana. Questo particolare mi è tornato con forza in mente dopo una discussione con il libero pensatore Rossano, già ospite di IHC, in cui questi sosteneva la necessità di una politica industriale, finora assente, che permettesse al Paese Italia di orientarsi verso una struttura produttiva più moderna; l’assenza di tali politiche, che invece appaiono ben presenti in Germania, avrebbe lasciato il Belpaese a scontrarsi contro una Cina che non può più essere sconfitta.

La mia posizione è che l’assenza di politiche industriali in Italia sia solo apparente, e sia invece la loro subdola presenza ad averci messo nei guai.

Un passo indietro. La Cina entra nel WTO, e quasi d’improvviso le si apre un mondo di commercio. La Cina è ricca di manodopera, e in linea con le leggi economiche del commercio internazionale comincia ad esportare merci altamente labour-intensive, spiazzando le relative produzioni occidentali. L’attacco commerciale è devastante e improvviso, e molti (Ministri compresi) lamentano che l’ingresso cinese avrebbe dovuto essere “regolato”, permesso per gradi. Intanto la Germania, con il suo carrozzone ex-DDR, delocalizza la “bassa” manifattura nell’est Europa (dove, con le dovute proporzioni rispetto alla Cina, sono più convenienti le produzioni labour-intensive) e tiene per sé produzioni più capital-intensive dove i teutonici mantengono un qualche vantaggio (tecnologico e quantitativo).

Oggi l’Italia rantola, e la Germania cresce non in modo stellare ma sempre il doppio della media europea. Loro hanno fatto una scelta politica, noi no; loro riprendono, noi no. Se ci si ferma a questa visione storica la conclusione è lampante: all’Italia serve una politica industriale.

E invece no. L’Italia ha ed ha avuto una politica industriale ben precisa: la stasi. L’Italia è sempre stata un’economia protetta dalla concorrenza all’esterno e dall’evoluzione all’interno. L’accesso ai vari settori è regolamentato dall’ottenimento di una licenza pubblica, la cui concessione dipende dal settore merceologico, dalla densità di attività già presente, e dalla localizzazione territoriale. Questo è valso un po’ per tutto, dall’edicola alla banca. Le liberalizzazioni occorse più di recente di solito sono state ben svilite all’atto pratico attraverso ad esempio la promozione di “campioni nazionali” pronti a rilevare gli spazi che potevano aprirsi. Emblematico è il settore bancario, dove nessuno fallisce mai e nel caso viene inglobato in una delle grandi banche italiane evitando ingressi in grande stile di operatori stranieri (solo il caso BNL-Paribas secondo me viola questo schema, e infatti è recentissimo!).

Oltre le protezioni particolari a mezzo di licenze che vanno dalla statale alla comunale, l’economia è stata protetta dai vincoli al commercio extra WTO e dallo sfruttamento delle “svalutazioni competitive” del tasso di cambio. Il combinato di queste misure equivale ad un continuo elevare le barriere all’entrata di concorrenti esteri, ed è quindi funzionale al mantenimento di una certa struttura produttiva e degli interessi di chi la controlla. Questa è una precisa politica industriale: difendere lo status quo; appunto, la stasi!

Rafforzo la mia opinione quando penso ai continui aiuti piovuti su aziende fallite già da decenni pur di preservarne l’esistenza, come Fiat, Alitalia e quant’altro. Avete voglia, voi che appoggiate questa politica, a dirmi che si tratta di settori strategici, perché lo stesso trattamento non è stato assolutamente riservato ad altre realtà come ad esempio la chimica, il nucleare, e l’informatica. Molti brevetti sono stati persi così, come quello della plastica (evidentemente meno strategica di una panda poi delocalizzata in Polonia…).

A me non interessa che il tutto possa esser “spiegato” con le solite storie di corruzione, subdole lobby internazionali, incapacità politica, natura più politica che economica delle realtà salvate, limitata sovranità nazionale, complotti religiosi, invasioni rettiliane o malocchio del mago Anubi. Non mi frega nulla, tutto si è direzionato verso il privilegio di certi settori a danno di altri, operando politicamente dall’interno e sollevando barriere economiche (dirigistiche) verso l’esterno. Fino a pochi anni fa l’Italia era quella politicamente desiderata, statica e socialmente immobile, e non lo era per caso bensì “positivamente” e “politico-industrialmente” voluta. Anche l’inazione è una scelta politica e può pertanto essere una politica industriale, ma forse il caso italiano presenta più attivismo che inazione; la politica industriale italiana mancherà di una forma esplicita, ma è ben visibile per fatti concludenti.

Questa stasi non poteva essere eterna, così come nessun caso di immobilità economica politicamente desiderata è mai durato all’infinito (i tassi di cambio fissi sono sempre caduti, i target sui prezzi non sono mai stati eterni…). Per non perire sotto il peso del debito, l’Italia ha dovuto rinunciare alla lira e quindi alle svalutazioni competitive, e i poteri che volevano una Cina al margine hanno avuto convenienza invece ad ampliare i partecipanti al WTO; questo ha sostanzialmente abbattuto le barriere all’entrata dell’Italia tutto d’un botto, e tutto d’un botto l’Italia ha visto quanto svantaggio competitivo aveva accumulato verso l’Asia in campo labour-intensive. Il “sistema Italia” così gelosamente custodito ha dovuto soccombere.

E quale è la risposta della Politica negli ultimi anni? Inveire contro la Cina, proteggere il “lavoro italiano”, dar spazio alle voci di chi “ha sempre fatto questi lavori e non vuol cambiare”, salvare le solite aziende tecnicamente fallite già da anni per “salvare posti di lavoro”… insomma, promesse (mantenute o meno) di salvataggio dello status quo. In questo rientra assolutamente anche la politica verso il settore finanziario, chiaramente, dove solo il caso BNL-Paribas è sfociato in una intromissione estera di una banca che però aveva già cointeressenze in Italia (tra poco potremo avere il caso MPS, e vedremo come verrà sistemato). La musica non cambia, insomma; quel che cambia sono solo le possibilità di resistenza effettiva.

La politica industriale è pertanto sempre la stessa, benché la sua capacità di opporre una resistenza efficace si riducono quanto più si amplia la platea competitiva internazionale. In altre parole si può continuare a spingere verso la protezione dello status quo salvando “i soliti” e creando incentivi verso determinati settori, ma ampiezza e potenza del mercato internazionale impediscono che il resto dell’economia comunque abbia un qualche scudo, pertanto l’economia non direttamente “protetta” finisce per pagare per tutti, riducendosi.

L’Italia non risorgerà sicuramente dalla Fiat e dall’Alitalia, perché una economia non fiorisce dal settore statalmente amato soprattutto se questo settore non vive di vita propria ma solo di “flebo”. Le risorse lì dirette, che sono non solo soldi dello Stato che avrebbero potuto venir spesi diversamente ma sono soprattutto imposte su redditi o dirottamento di risparmi via debito pubblico che avrebbero potuto sostenere da soli, su un vero mercato, progetti imprenditoriali nei settori dove la mano cinese ancora non è arrivata (più capital-intensive, chiaramente), cioè una diversa struttura produttiva. Certamente, niente ci dice che la diversa struttura produttiva avrebbe risolto lo scontro con la Cina in eterno, perché la stessa Cina si evolve e “impara”, ma sicuramente avrebbe risolto il problema “ora”, inoltre la transizione presa per tempo sarebbe stata meno pesante, e questo avrebbe permesso l’accumulo di un capitale di conoscenza che sarebbe stata la base di ulteriori sviluppi una volta che un certo “stadio” tecnologico fosse diventato di dominio globale (tutto questo a meno che non si pensi che lo sviluppo tecnologico sia arrivato al capolinea; ma io scarto le profezie millenaristiche, che si susseguono da una crisi all’altra dalla discesa di Alarico su Roma, dalla cui realizzazione seguirebbe la necessità non di capire di economia ma di saper usare armi da fuoco per proteggere i propri beni ed appropriarsi del necessario in più); in alternativa il Belpaese avrebbe anche potuto capire come sfruttare il proprio vero vantaggio comparato, quello che gli altri Paesi mai avranno, e cioè vastità e varietà del patrimonio culturale (tanto per ridere, ci sono altri “allegri” vantaggi italiani, come scritto qui).

Una Politica industriale potrebbe essere anche ridurre le barriere all’entrata, potrebbe anche essere ammettere un errore del passato e ridurre la redistribuzione politica di risorse tra i settori. Politica industriale potrebbe anche essere lasciar crescere l’iniziativa privata e quindi assecondarla successivamente con le infrastrutture opportune. Quando non si asseconda una spontaneità dell’economia, ma si interviene “positivamente” a favore di questo o quello, si attua una precisa politica industriale. Nel particolare in Italia abbiamo avuto e permane una politica votata alla stasi.

A questo punto, e vista l’esperienza, non dobbiamo pretendere una (diversa) politica industriale, ma sarebbe già molto se veramente non ci fosse più alcuna politica industriale, né formalizzata né implicita.

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11 Responses to “Politiche Industriali Fintamente Assenti”

  1. 1

    biagio muscatello Says

    Anche la politica sic et simpliciter è immobile in Italia, ingessata da una carta costituzionale che blocca lo status quo. D’altronde, l’Italia non ha mai fatto una rivoluzione: solo velleità, discorsi, veleni e pugnalate alle spalle…

  2. 2

    silvano Says

    A volte penso che l’ Italia sia un paese profandemente impregnato di valori pre-industriali, spinto nella modernità quasi controvoglia.

    PS: le rivoluzioni però possono avere anche esiti giacobini..

  3. 3

    Sandro Says

    Non te ne avere a male caro Biagio ma meno male che in Italia abbiamo la carta costituzionale, se la politica è immobile non è certo colpa della costituzione.
    La politica italiana è immobile semplicemente perchè abbiamo la classe politica tra le più vecchie del vecchio continente, non c’é ricambio e anche la legge elettorale non aiuta a far eleggere volti nuovi.
    Concordo in pieno con l’analisi di Leonardo, sempre molto attento all’analisi economica.
    Alla tua analisi caro Leo però vorrei aggiungere il fatto che non puoi nemmeno immaginare di entrare in settori “capital - intensive” quando in Italia non si investe sulla ricerca scientifica ed i nostri migliori ricercatori fanno la fortuna di paesi nostri potenziali concorrenti.
    saluti Sandro

  4. 4

    silvano Says

    Il problema dei ricercatori, non sta in quelli che partono, ma nell’incapacità cronica di attirarne. Sul mito “autarchico” dei cervelli che partono ci sarebbe molto da scrivere, ma bisognerebbe cominciare dal monopolio pubblico sull’istruzione, parlare degli aspetti corporativi del valore legale dei titoli di studio e del fatto che la spesa scolastica in Italia è per buona parte un “ammortizzatore sociale” che foraggia un bacino elettorale. Tema interessante e degno di trattazione autonoma.

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Ultimamente però pare che la fuga non riguardi i ricercatori in quanto tali, ma i “giovani” in generale; l’Italia è un paese ostico per chiunque non abbia agganci, ricercatore o meno.

  6. 6

    biagio muscatello Says

    @ Sandro
    Il mio riferimento alla costituzione era puramente esemplificativo.
    In effetti, la costituzione italiana non è la causa dell’immobilismo, ne è il simbolo. E’ la rappresentanza politica che è in crisi, e non da ora: e per rappresentanza intendo i rapporti bilaterali che legano reciprocamente rappresentanti e rappresentati (ad ogni livello).
    La mia constatazione sulle mancate rivoluzioni italiane è un dato storico. Gli inglesi ne fecero due nel ‘600 (s’era alle origini del liberalismo) e impararono a bilanciare i loro poteri, senza peraltro scrivere una costituzione: deposero le armi e iniziarono a convivere civilmente.

    @ Silvano
    Lo so che non tutte le rivoluzioni sono come quelle inglesi. Ma i giacobini non prevalsero, alla fine, nella rivoluzione francese: in un paese culturalmente evoluto e con lunghe tradizioni civili è difficile possa allignare il totalitarismo.

    @ Leonardo
    Il mio brevissimo commento al tuo articolo voleva fare semplicemente un accostamento tra i gruppi economici protetti, di cui parlavi tu, e gli altri poteri protetti e insindacabili (politica, alta burocrazia, magistratura) che dovrebbero agire per conto e nell’interesse di tutti, ma in realtà perpetuano i loro privilegi. Al potere divino dei monarchi hanno sostituito il potere laico di chi è convinto della propria impunità.

  1. 1

    Studiare per (Far) Lavorare at Ideas Have Consequences

    […] Come dice l’OCSE, le classi più mature non sono facilmente recuperabili sul piano dell’istruzione. Io dico che politicamente è un grosso problema dir loro “arrangiatevi”, quindi si cerca di tutelarle, cioè permettere che continuino a fare lo stesso lavoro, e per questo si cerca di salvare i settori interessati. Direi che questa è un’ottima ragione per la “stasi” indotta dalle subdole politiche industriali, di cui IHC parla qui. D’altra parte la “stasi” di una certa struttura economica implica la sovrabbondanza di certi livelli di istruzione, da cui segue il deprezzamento del merito a favore della pratica e della relazione, di cui IHC parla qui. L’istruzione così perde una forza “trainante”, la “domanda di competenze”, e finisce per avvilupparsi su se stessa cedendo alle logiche burocratiche. […]

  2. 2

    Studiare per lavorare..o far lavorare? « Riecho blog

    […] Le classi più mature non sono facilmente recuperabili sul piano dell’istruzione. Politicamente è un grosso problema dir loro “arrangiatevi”, e così lo Stato vede di tutelarle, il che si è tradotto in Italia con il permettere loro di continuare a fare lo stesso lavoro proteggendo e salvando i settori interessati. Direi che questa è un’ottima ragione per la “stasi” indotta in Italia da subdole politiche industriali (si parla tanto dell’assenza di una politica industriale ma, come ho sostenuto qui, se ne può rintracciare per fatti concludenti una che da decenni mantiene invariata la struttura industriale). D’altra parte la “stasi” di una struttura economica imperniata su certa manifattura implica la non-necessità di alti livelli di istruzione, e da questo deriva anche il deprezzamento del merito a favore della pratica e della relazione (qui il ragionamento più in esteso). L’istruzione così perde una forza “trainante”, la “domanda di competenze”, e finisce per avvilupparsi su se stessa cedendo alle logiche burocratiche. È per questo che dico che in Italia si studia non per il proprio lavoro futuro ma per far lavorare gli insegnanti (e magari finendo anche per far lavorare i Paesi esteri che sanno accogliere le capacità di ex studenti italiani). […]

  3. 3

    Ma che ci Frega della Tantalite? at Ideas Have Consequences

    […] Su IHC abbiamo lamentato il problema politico-strategico della “stasi” della struttura produttiva (sia direttamente che per i riflessi nel rapporto tra studio e lavoro). Ritengo che la paura e l’inopportunità politica (in forma di consenso elettorale) del mettere in discussione interi settori produttivi vinca da sempre sulla prospettiva di competere sui “piani alti” della tecnologia; si è così finiti per cristallizzare un Paese in una struttura produttiva da dopo-guerra, per poi lamentarci se asiatici ora o africani in futuro, seguendo il loro sentiero di crescita, arrivano a competere sul nostro livello industriale. […]

  4. 4

    Milk Wars: l’Impero Colpisce Ancora at Ideas Have Consequences

    […] Sempre nell’edizione dello stesso giorno, a pagina 7, spicca al centro un macroscopico elenco colorato di aziende italiane partecipate o controllate da imprese francesi a cui segue in contrapposizione una breve lista di imprese francesi (Foncière des regions, Ciments français, Générale de Santé) acquisite o partecipate da aziende italiane. Si parla di “rapporto asimmetrico” ed anche Susanna Camusso, la segretaria del sindacato italiano con la più vetusta visione dell’economia dichiara “siamo di fronte ad una disattenzione della politica industriale” (sic!) manifestando così una certa sintonia con la controparte confindustriale rappresentata da Emma Marcegaglia (“non possiamo essere solo prede”). […]

  5. 5

    L’ Ipotesi Preatoni: Portare l’Inflazione al 10% (!) at Ideas Have Consequences

    […] La proposta viene presentata come un atto di pragmatismo tecnocratico: pragmatico, in quanto il sostegno all’inflazione non poggia su motivazioni ideologiche, e tecnocratico, in quanto si inquadra nella filosofia di chi ritiene l’economia un qualcosa di (almeno relativamente) pianificabile dall’alto. Il punto di partenza è la constatazione dell’infattibilità politica di qualsiasi programma riformista orientato alla crescita poiché ciò implica il danneggiamento a breve di tanti interessi particolari: la classe politica in sostanza è paralizzata dai propri costituencies, ovvero dai tanti bacini elettorali di riferimento – piccoli o grandi che siano. Allo stato attuale ciò è indubbiamente evidente e sotto gli occhi di tutti: basti pensare che nemmeno riforme a costo zero e difficilmente etichettabili come “ideologiche”, quali ad esempio l’abolizione delle corporazioni e la trasformazione degli ordini professionali in semplici associazioni, vengono seriamente considerate né dal governo né dalle opposizioni. Inoltre quando l’intervento pubblico nella sfera economica è particolarmente invasivo, sia sotto il profilo della spesa che sotto il profilo delle regolamentazioni, il numero di decisioni necessarie da prendere per consolidare le finanze statali diventa ancora più elevato: purtroppo anche i beneficiari degli sprechi votano e spesso quanto più inefficienti sono, tanto più aggressivi e disponibili a fomentare la protesta sociale diventano. Difficile dar torto al Maffeo Pantaleoni quando sosteneva che: […]

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