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La Crisi Finanziaria del 33 d.C.

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April 20th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC


Meno male c’è sempre qualcuno che mi sa stupire in positivo, come Prometeo. Il suo sito Working Ideas è sempre fonte di interessanti digressioni storiche ed analisi sulla struttura del “potere” a cavallo tra economia politica e società. Io tratto poco quei temi, e senza Prometeo non sarei stato in grado di elaborarmi un pensiero personale. L’ultima chicca di Working Ideas è l’approfondimento degli Annales di Tacito, storico latino, richiamati in un discorso di Trichet a Stanford. Prima di tutto leggetevi quel fantastico articolo, poi proverò ad aggiungere qualcosa.

Gigì Trichet trova giustificazione a quantitative easing e tassi ridicoli in un’analoga mossa dell’imperatore romano Tiberio. Il passo di Tacito, attualizzato nei termini, tra parentesi quadre, suggeriti da Gigì, suona così: “la distruzione della ricchezza privata provocò il tracollo di onorabilità e reputazione. Alla fine [Governo e Banche Centrali] intervennero in aiuto distribuendo attraverso le banche centinaia di [miliardi] di [euro e dollari], e concedendo la libertà di prendere a prestito senza interessi per tre anni, a patto che i debitori fornissero allo Stato [come collateral] beni fondiari per un valore doppio. La fiducia fu così recuperata, e gradualmente tornarono i prestatori privati”. Perfetto, vero?

Sarebbe però da chiedersi se le origini della crisi del 33 fossero analoghe a quelle attuali. Prometeo riporta lunghi passi degli Annales (inframezzati da sue gustosissime note). Andando a ritroso si vede che il dissesto è seguito ad una ondata di vendite di beni fondiari al fine di copertura dei debiti, ma la conseguente svalutazione degli immobili ha ridotto i possibili recuperi lasciando i più indebitati nell’impossibilità di onorare gli impegni (da qui il dissesto generalizzato ed il “salvataggio” di Tiberio). Tale corsa all’estinzione del debito derivava da una specie di “sanatoria sull’usura”: per legge i prestiti dovevano essere a tasso nullo e coperti da garanzie fondiarie, ma nell’Impero molti, Senatori compresi, avevano prestato “ad usura” cioè con un interesse positivo e magari senza garanzia. Per risolvere extra-giudizialmente (e già le condanne si sprecavano) il vasto scandalo fu concesso da Tiberio un anno e mezzo per il rientro dei prestiti ad usura con investimento del recuperato in beni fondiari, e quindi i debitori cercarono come poterono (quelli che poterono) di recuperare i denari liquidando ciò che avevano. Come s’è capito, le conseguenze delle liquidazioni di massa resero in alcuni casi impossibile il recupero del credito.

Il prestito ad interesse e non garantito era vietato nel 33 d.C., ma la gente si ingegnava a creare forme analoghe (non sorprendiamoci di nulla, è proibito anche nell’Islam ma anche qui, con i dovuti “giri” contrattuali, si arriva allo stesso risultato). La ragione dichiarata era che l’usura causava conflitti sociali. Al tasso zero si è arrivati riducendo gradualmente il tasso “pubblico” fissato dai Tribuni che aveva sostituito il tasso fissato liberamente dalle controparti (dai “ricchi”, dice Tacito). È da notare poi che Tiberio arrivo prima con questa specie di “condono”, e poi con il possente “salvataggio”, dopo che era stato costretto, per dissidi vari, ad evitare addirittura l’ingresso a Roma.

Fu Cesare ad “inventare” il prestito a tasso zero con copertura fondiaria come unico strumento di credito, appunto per eliminare l’usura, ed è interessante ricorda, come fa anche Trichet, che ottanta anni prima della crisi del 33 proprio Cesare propose uno stralcio generale delle pendenze debitorie di Roma sebbene Cicerone gli opponesse il danno alla disciplina del debitore che ne sarebbe seguito (oggi lo chiameremmo “moral hazard”).


Trichet richiama la parte finale della cronaca di Tacito e lo scontro tra Cesare e Cicerone per dar ragione alla capacità salvifiche dell’intervento monetario centrale, in grado di costruire nel sistema una fiducia più forte di quella basata sull’assenza del moral hazard (che per Gigì non è una conseguenza degli interventi). Trichet però non ha detto che la crisi del 33 fu derivata sostanzialmente da atti legislativi e giudiziari contro una pratica creditizia, e che questa pratica (che sarebbe oggi legale perché oggi l’usura si misura sull’entità dell’interesse, non sulla sua mera esistenza, e di ribaltamenti del concetto di usura è piena la storia, come si può ricava anche da questo paper di Hickman) discende palesemente dalla necessità di aggirare una norma creditizia discriminatoria (tasso zero sì, ma solo a chi avesse terreni): l’impianto del diritto di credito di Cesare a me pare fosse un sistema per bloccare buona parte della mobilità sociale, e che la soluzione di Tiberio all’illegalità dilagata anche nella società “alta” fosse allineata a questo schema (rientro dei capitali in un ristretto circuito fondiario); il disastro sociale dovuto all’impossibilità di molti recuperi (il prestito al nulla-tenente, pur giustificato dalle sue capacità di commerciante, non dava possibilità di integrale e immediato rientro) ha “costretto” alla pioggia di sesterzi pubblici con una più intensa accentrazione della proprietà fondiaria.

Suppongo che Tiberio si sia così “comprato” una reputazione presso la Roma più “alta” (quella da cui fino a quel momento era costretto a tenersi lontano) riducendo di molto la più giovane “nobiltà” commerciale, i “nuovi ricchi”, eventualmente con un profitto personale in termini di patrimonio immobiliare. Dovremmo anche vedere quanto della diffusione dell’usura discendesse dalla discussione tra Cesare e Cicerone sull’azzardo morale (qui Prometeo dovrebbe aiutarmi a fare una verifica).


La situazione è paragonabile a quella originatrice dell’ultima crisi? Per certi versi sì, per altri no. Troviamo ancora un avvitamento tra distruzione del credito e svalutazione delle garanzie, fondiarie in entrambi i casi, e certo il processo giudiziario romano è in qualche modo assimilabile alla stringenza delle norme di Basilea II, ma non c’è lo stesso “grilletto”: se il caso romano suona come una specie di “Tangentopoli” (nel caso, “Usuropoleis”), il caso attuale mostra una meccanica più endogena di tipo “austriaco”. Ammesso e non concesso che nel primo caso la ricreazione di liquidità fosse la cosa opportuna da fare, non ne discende che la soluzione di allora fosse ottimale anche nel mondo attuale.

Inoltre la crisi attuale fa perno su una euforia da “credito facile” a sprezzo del rischio (si vedano i fenomeni Sub-prime e alt-A), mentre mancano elementi per dire lo stesso della crisi del 33; anzi, pretendere un interesse positivo in luogo della mancanza di garanzie (e ancora di più in costanza di queste) indica proprio avversione al rischio, e non sottovalutazione (oltre che una normale preferenza per la liquidità che solo un’autorità statale può ignorare)! Infine, Gigì non completa il passo di Tacito; peccato, c’era scritto che le cose poi non andarono esattamente come Tiberio aveva programmato…

Ma esiste un parallelo interessante. La vulnerabilità (legale) del sistema romano è dipesa da una risposta individuale alle norme del “tasso zero collateralizzato” che aveva fini di “stabilità sociale”, cosa non diversa in linea di principio dal caso della “ownership society” americana. I casini vengono sempre dal pretendere di far i conti meglio dell’oste.

Nella mia interpretazione la soluzione di Cesare nascondeva fini molto più “classisti” in realtà, e le mosse di Tiberio era ben più opportuniste e politiche piuttosto che improntate a fini “sociali”. Spero che Trichet, con il suo “non dire” denunciato anche da Prometeo, non volesse richiamare questo doppio-senso, perché allora le conclusioni farebbero la gioia dei più sfrenati complottisti.


Dietrologie a parte, oggi come nel 33 d.C., le crisi partono da lontano, di solito da forzature in nome del “bene pubblico”, le soluzioni non sono mai pienamente soddisfacenti e hanno sempre la forma dell’inflazione, ed è sempre qualcun altro che paga i vantaggi di chi è “in alto”. Politics as usual, in duemila anni non abbiamo imparato nulla.




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9 Responses to “La Crisi Finanziaria del 33 d.C.”

  1. 1

    prometeo Says

    Ciao Leo,

    grazie per la citazione :)

    Appena ho un momento mi metto cercare i testi per gli approfondimenti.

  2. 2

    prometeo Says

    […]78. Quelli, invero che vogliono essere popolari e sollevano, perciò, o la questione agraria, per scacciare i proprietari dai loro possessi, o pensano che si debbano condonare i debiti dì denaro ai debitori, sconvolgono le fondamenta dello Stato, in primo luogo la concordia, che non può sussistere quando si strappa agli uni e si condona denaro agli altri; in secondo luogo l’equità, che è eliminata completamente se non è lecito a ciascuno avere il suo. Ciò, infatti, cosituisce la caratteristica specifica - come ho già detto prima - di una città e di uno Stato, che ciascuno abbia libero e tranquillo possesso dei propri averi.

    79. In questa rovina dello Stato essi non conseguono neppure quella popolarità che si aspettano. Infatti è loro nemico colui al quale i beni sono stati strappati; colui al quale è stato elargito, finge anche di non aver mai voluto accettare, e soprattutto nel caso del condono dei debiti nasconde la sua gioia, perché non sembri che egli non era stato in grado di pagarli. Ma colui che ha ricevuto l’ingiustizia, la ricorda e porta ben manifesto il suo risentimento, e, se sono più quelli ai quali è stato dato ingiustamente di quelli ai quali si è tolto ingiustamente, non per questo hanno più forza: queste cose non si giudicano dal numero, ma dalla gravità. E poi quale giustizia c’è nel fatto che un campo posseduto per molti anni o anche per secoli lo abbia chi non ne ha mai avuto uno e lo perda chi l’ha sempre avuto?

    XXIII. ESEMPII DI INGIUSTIZIA

    80. A causa di un’ingiustizia di tal genere gli Spartani cacciarono l’eforo Lisandro e uccisero il loro re Agide (un tal fatto non era mai accaduto prima presso di loro) e da quel tempo si susseguirono così grandi discordie che sorsero i tiranni, gli ottimati furono cacciati e quello Stato così saggiamente ordinato andò in rovina. E non soltanto esso cadde, ma sconvolse anche tutta la Grecia con il contagio di quei mali che, partiti dagli Spartani, si diffusero in più ampio spazio. E che? Forse che le lotte agrarie non furono la rovina dei nostri Gracchi, figli di quel grande Tiberio Gracco e nipoti dell’Africano?

    81. Si loda a buon diritto Arato di Sicione, il quale, poiché la sua città era soggetta alla tirannide da cinquanta anni, partì da Argo e, introdottosi clandestinamente in Sicione, s’impadronì della città, e avendo ucciso il tiranno Nicocle con un colpo di mano improvviso, richiamò i seicento esuli, che erano stati gli uomini più ricchi della sua città, e ridiede la libertà alla sua patria col suo intervento. Ma considerando che nel possesso dei beni si riscontrava una grave difficoltà, perché riteneva assai ingiusto che versassero in miseria quelli che egli stesso aveva richiamato - ed i cui beni erano posseduti da altri - e, d’altra parte, non riteneva troppo giusto sovvertire i possessi di cinquant’anni (per il fatto che in un periodo di tempo così lungo molti erano occupati con legittimo diritto per eredità o compere o doti), giudicò che non bisognava togliere i beni a quelli, e che si doveva anche dare soddisfazione agli antichi proprietari.

    82. Avendo, dunque, stabilito che occorreva denaro per sistemare la faccenda, disse di voler partire per Alessandria, e ordinò che la situazione rimanesse inalterata sino al suo ritorno. In gran fretta si recò da Tolomeo, che l’aveva ospitato, e che era allora il secondo re dalla fondazione di Alessandria; avendogli esposto che voleva liberare la patria ed avendolo informato del motivo, quell’uomo eccezionale ottenne facilmente dal ricco re che l’aiutasse con una grande somma di denaro. Portatala a Sicione, chiamò a consiglio intorno a sé i primi quindici cittadini, coi quali esami no la situazione di coloro che occupavano i possedimenti degli altri e di coloro che avevano perduto i propri, e dopo la stima dei possedimenti riuscì a persuadere gli uni che erà preferibile accettare il denaro e cedere i possedimenti, e gli altri che ritenessero più vantaggioso essere compensati con una somma ingente in contanti anziché recuperare la proprietà. Ne conseguì che, ristabilita la concordia, tutti si allontanarono senza lamentarsi. 83. 0 uomo grande e degno di esser nato nel nostro Stato! Questo è il modo equo di agire coi cittadini, non, come abbiamo già visto per due volte, piantare l’asta nel foro e mettere all’incanto i beni dei cittadini. Ma quel Greco ritenne che si dovesse provvedere a tutti, e questa fu una decisione degna di un uomo saggio e superiore; in questo consiste la massima avvedutezza e saggezza di un buon cittadino, nel non eliminare i vantaggi dei cittadini e nel trattare tutti con la stessa equità. Abitino gratis nella proprietà altrui. E perche questo? Dopo che - io ho comprato, edificato, curato e speso, tu godrai del mio senza che io lo voglia? Che altro è se non strappare agli uni i propri averi e dare agli altri quelli altrui? 84. Queste nuove tavole che altra funzione hanno se non che tu possa comprare un podere con i miei soldi, che tu te lo tenga ed io non abbia denaro?

    XXIV. LA FIDUCIA, FONDAMENTO DELLO STATO

    Perciò bisogna stare attenti a non far debiti che possano nuocere allo Stato; questo rischio può essere evitato in molti modi, e non già col lasciare che i ricchi perdano le loro sostanze ed i debitori si arricchiscano col denaro altrui. E invero nessuna cosa tiene più saldo lo Stato che la fiducia, la quale non può sussistere se non sarà necessario il pagamento dei debiti. Mai con maggior decisione si cercò di non pagarli, come sotto il mio consolato; si fece ogni tentativo con le armi e con gli eserciti, da parte di uomini di ogni genere e di ogni classe, ai quali io ho resistito si da eliminare tutto il male dello Stato. Non ci fu mai un debito maggiore e non fu mai pagato meglio e più facilmente; tolta la speranza di frodare, ne consegui la necessità di frodare. Ma costui poi vincitore, allora, invero, vinto, fini per realizzare i suoi piani quando non gli interessavano più per nulla: tanto grande fu in lui il desiderio di peccare, che lo dilettava il peccare in se stesso, anche se non ve n’era motivo.

    85. Dunque da questo genere di elargizioni, tale che agli uni si dà e si toglie agli altri, si dovranno astenere coloro che custodiranno lo Stato, e per prima cosa si impegneranno a che ciascuno abbia il suo, in base alla giustizia del diritto e dei tribunali, e che i più deboli non siano sopraffatti a causa della loro umile condizione e che l’invidia non frapponga ostacoli ai ricchi nel conservare i propri averi o nel recuperarli; inoltre con tutti i mezzi possibili in guerra e in pace ingrandiscano lo Stato in potere militare, in territorio ed in entrate. Queste sono azioni di uomini grandi, questi sono i fatti consueti presso i nostri antenati; coloro che perseguono questi generi di doveri, insieme ad una grandissima autorità per lo Stato conseguiranno la gratitudine di tutti e la gloria.

    86. Riguardo a questi precetti sull’utile, lo Stoico Antipatro di Tiro, che da poco è morto in Atene, pensa che Panezio abbia trascurato due temi: la cura della propria salute e quella del patrimonio. Penso che quel sommo filosofo li abbia tralasciati per la loro facilità; sono certamente utili. Ma la salute si mantiene con la conoscenza del proprio corpo, con l’osservazio ne di ciò che solitamente ci giova o ci nuoce, con la morigeratezza nel vitto e nel mantenimento del corpo, per conservarlo sano, tralasciati i piaceri, ed infine con l’attività. professionale di quelli, la cui scienza riguarda queste cose.

    87. Il patrimonio familiare si deve ricercare con mezzi dai quali sia lontana la disonestà, conservare con diligenza e parsimonia e accrescere con gli stessi mezzi. Senofonte, discepolo di Socrate, trattò tutti questi temi in modo assai adeguato in quel libro che s’ intitola ‘Economico’, che io tradussi dal Greco in Latino quando avevo press’a poco la tua età. Ma dell’intera questione relativa al modo di procurarsi il denaro e di investirlo (e vorrei anche sul modo di usarlo bene), si discute con maggiore opportunità da parte di certe brave persone che risiedono presso il Giano di mezzo, che non da parte di alcun filosofo in una scuola. Tuttavia si devono conoscere; riguardano, difatti, l’utile, del quale si è trattato in questo libro.

    XXV. CONFRONTO TRA DUE COSE UTILI

    88. Ma il paragone tra due cose utili - poiché questo era il quarto punto, tralasciato da Panezio e spesso necessario: infatti si è soliti paragonare i vantaggi del corpo con quelli esterni [e gli esterni con quelli del corpo] e quelli stessi del corpo tra di loro, e gli esterni con gli esterni. Si paragonano i vantaggi fisici con quelli esterni, quando ci si chiede se si preferisce la salute alla ricchezza, [si paragonano quelli esterni coi corporali in questo modo, per vedere se è possibile esser ricchi piuttosto che avere una forza fisica grandissima] e quelli stessi fisici sì da anteporre la buona salute al piacere, la forza alla rapidità; ed infine il confronto degli esterni, così da anteporre la gloria alle ricchezze, le imposte delle città a quelle delle campagne. 89. A questo genere di raffronto appartiene quel detto di Catone il vecchio: essendogli stato chiesto che cosa giovasse massimamente al patrimonio, rispose: “Allevare bene il bestiame”; e che cosa, in secondo luogo: “Allevarlo sufficientemente bene”; e che cosa, in terzo luogo: “Allevarlo male”; che cosa, in quarto luogo: “Arare”. E avendogli detto l’interrogante: “E che, del dare ad usura?” allora Catone rispose: “E che dell’uccidere un uomo?”. Da questo e da molti altri esempi si deve capire che i paragoni tra le cose utili si fanno comunemente, e che opportunamente è stato aggiunto questo quarto tipo di indagine sui doveri. Passeremo, quindi, al resto.[…]

  3. 3

    prometeo Says

    Che Mises leggesse Cicerone? ;)

  4. 4

    prometeo Says

    Soprattutto:

    […]Quelli […] che vogliono essere popolari […] pensano che si debbano condonare i debiti dì denaro ai debitori, sconvolgono le fondamenta dello Stato[…]

    […]cosituisce la caratteristica specifica […] di uno Stato, che ciascuno abbia libero e tranquillo possesso dei propri averi[…]

    […]quale giustizia c’è nel fatto che un campo posseduto per molti anni o anche per secoli lo abbia chi non ne ha mai avuto uno e lo perda chi l’ha sempre avuto?[…]

    Interessante dal libro 81 la vicenda di Arato di Sicione che riconquistata Sicone, la sua città dopo 50 anni di tirannide, decide che:

    […]riteneva assai ingiusto che versassero in miseria quelli che egli stesso aveva richiamato - ed i cui beni erano posseduti da altri - e, d’altra parte, non riteneva troppo giusto sovvertire i possessi di cinquant’anni (per il fatto che in un periodo di tempo così lungo molti erano occupati con legittimo diritto per eredità o compere o doti), giudicò che non bisognava togliere i beni a quelli, e che si doveva anche dare soddisfazione agli antichi proprietari.[…]

    Poiché in 50 anni alcuni s’era pur sistemati onestamente, mentre quelli che una volta erano proprietari non avevano più nulla, allora… per ristabilire la concordia, dopo la liberazione:

    […]Avendo, dunque, stabilito che occorreva denaro per sistemare la faccenda, […] si recò da Tolomeo […] avendogli esposto che voleva liberare la patria ed avendolo informato del motivo, quell’uomo eccezionale ottenne facilmente dal ricco re che l’aiutasse con una grande somma di denaro […] dopo la stima dei possedimenti riuscì a persuadere gli uni che erà preferibile accettare il denaro e cedere i possedimenti, e gli altri che ritenessero più vantaggioso essere compensati con una somma ingente in contanti anziché recuperare la proprietà. Ne conseguì che, ristabilita la concordia, tutti si allontanarono senza lamentarsi[…]

    E Cicerone commenta:

    […]Questo è il modo equo di agire coi cittadini, non, come abbiamo già visto per due volte, piantare l’asta nel foro e mettere all’incanto i beni dei cittadini[…]

    Riguardo alla crisi sub-prime dell’epoca:

    […]Abitino gratis nella proprietà altrui. E perche questo? Dopo che - io ho comprato, edificato, curato e speso, tu godrai del mio senza che io lo voglia? Che altro è se non strappare agli uni i propri averi e dare agli altri quelli altrui?[…]

  5. 5

    prometeo Says

    Più discutibile questa:

    […]inoltre con tutti i mezzi possibili in guerra e in pace ingrandiscano lo Stato in potere militare, in territorio ed in entrate. Queste sono azioni di uomini grandi[…]

    Sebbene all’epoca l’unica via di crescere era quella di annettere…

    […]A questo genere di raffronto appartiene quel detto di Catone il vecchio: essendogli stato chiesto che cosa giovasse massimamente al patrimonio, rispose: “Allevare bene il bestiame”; e che cosa, in secondo luogo: “Allevarlo sufficientemente bene”; e che cosa, in terzo luogo: “Allevarlo male”; che cosa, in quarto luogo: “Arare”. E avendogli detto l’interrogante: “E che, del dare ad usura?” allora Catone rispose: “E che dell’uccidere un uomo?”.[…]

    :)

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Non lo dico più, prometto! Non chiedo più approfondimenti a Prometeo! :)

    Mi pare che Cicero sia entrato molto dentro il problema… e a questa discussione, a tuo dire, è seguito qualcosa politicamente?

  7. 7

    prometeo Says

    Difficile dirlo, perché Cicerone era assai pomposo… sebbene all’epoca non è che se lo filassero più di tanto, lo mandarono pure in esilio… fu console per una volta, ma senza lasciare il segno… anzi. Si fece pure infinocchiare.

    Comunque sto studiando…

  8. 8

    Leonardo, IHC Says

    @Prometeo
    Comunicazione di servizio: Esco da Usemlab; ma resto disponibile, se lo vuoi, per il concreto progetto open source.

  9. 9

    prometeo Says

    Ciao,

    avevo intuito… l’openbook è online, ma in questo periodo non ho neanche un secondo per lavorarci…

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