Krugman, Keynes, e Strabismo Congenito
August 20th, 2010 by Leonardo
Gli editoriali di Krugman sono spesso più che irritanti, per lo meno dall’ottica liberalista; non potrebbe essere diverso visto che il suo faro è Keynes. Al Nobel Krugman (Nobel per aver studiato profondamente i tassi di cambio senza aver detto niente di utile ma averlo detto bene, secondo me) è stato poi ribattuto in modo efficace anche su Chicago Blog (si veda ad esempio questo pezzo, ma anche questo, di Monsurrò), peccato non aver assistito alle relative contro-repliche.
In uno degli ultimi interventi, tradotto il 7 agosto sul Sole24ore (“Keynes fa bene a chi sa osare per tempo”), Krugman è riuscito a dire una cosa in qualche modo giusta ma sporcandola con una delle sue ricostruzioni “forzate”della storia economica: che il keynesianismo non comprenderebbe deficit pubblici perpetui, e che l’Asia è fiorita sulla spesa pubblica.
Premesso che non condivido l’esaltazione del ruolo dello Stato e della sua spesa, come discende dal lavoro di Keynes, non posso comunque obiettare sul fatto che un bilancio pubblico finito in rosso debba prima o poi venir riportato in pareggio; ancor meno posso obiettare sull’accantonamento di riserve da spendere in un momento successivo. Krugman in fondo ci ricorda che Keynes, pur nel suo (deprecabile) sostenere le virtù dell’interventismo, aveva ben presente il problema, e pertanto avrebbe suggerito il precauzionale accantonamento di surplus nelle congiunture economiche positive ad spendere poi per “compensare” le congiunture recessive; nel caso di deficit spending, parimenti ben visto da Keynes, questo dovrebbe poi venir recuperato nella successiva congiuntura economica espansiva. In fondo si tratta del comportamento prudenziale di qualsiasi soggetto economico che accantona in vacche grasse per fronteggiare in vacche magre o che si indebita nella fasi negative per ritornare in pareggio durante la ripresa, permettendo così lo smoothing del proprio standard di vita.
Chiaramente il problema con lo Stato è la sua forza “impositiva” sulla ricchezza di tutti, sia dal lato del prelievo che dal lato della distribuzione, che comporta distorsioni nell’allocazione delle risorse rispetto ad un ambiente economico “libero” da prevaricazioni giuridiche. Queste distorsioni restano, sia che si applichi un keynesianismo “corretto” che un deficit spending spinto e perpetuo; questo punto non è in discussione. Fatta questa precisazione si deve riconoscere stavolta in Krugman un barlume di coscienziosità economica che non vuole un deficit permanente, e quindi un continuo e crescente depredare e consumare il futuro dei contribuenti e dei loro discendenti. Un sacrificio può esser fatto per proteggersi contro un futuro avverso; un anticipo sul futuro può esser chiesto, se si è pronti a saldare il conto il prima possibile.
Ciò però stona con le prescrizioni di politica economica che provengono anche dallo stesso Krugman, quando ha più volte contrastato i proclama di contenimento della spesa pubblica, ciò che pomposamente qualcuno ha chiamato austerity, finalizzati al riordino dei conti pubblici. Krugman, tra molti altri, ha denunciato l’inappropriatezza di queste politiche perché spingono l’economia verso una nuova recessione, mentre adesso andrebbe incrementata la spesa (in deficit), spesa che tra l’altro avrebbe incrementato il PIL quindi le entrate fiscali e si sarebbe pertanto “pagata da sola” (una stronzata colossale che non so come si possa ancora sostenere, sia perché è palesemente insensata e sia perché la spesa pubblica dei precedenti decenni ha fatto tutto tranne che ripagarsi). Ora, chiudo un occhio e dico che va bene spendere statalmente pure in deficit nelle fasi recessive in forza di quanto accumulato nel precedente boom, ma all’interno di questa regola di responsabilità fiscale come si può adesso chiedere ulteriore spesa se l’accumulo precedente non c’è stato? Io chiudo un occhio, Krugman li tiene aperti entrambi, però è strabico. Non è possibile mangiarsi ulteriormente il futuro dei contribuenti come si è fatto sia nella precedente recessione e nella successiva ripresa, il “debitore” deve pagare, punto e basta. Questo porterà un double dip? Be’ direi che non è altro che il prezzo del consumo di spesa pubblica goduto quando invece questa avrebbe dovuto ritirarsi, quindi si fa pari. Non è corretto ammettere, come fa Krugman, che gli Stati occidentali hanno sbagliato gestione, non hanno accumulato risorse da spendere in questa fase di difficoltà, e poi chiedere comunque il loro salvifico intervento di spesa.
Il problema qui non è più “economico” ma “politico”; il ruolo di un economista, Krugman compreso, non deve essere quello di predicare bene e spingere a razzolare male, ma di illustrare le sue spiegazioni e indicare i suoi scenari a governanti e governati per poi lasciare che i secondi giudichino i primi e valutino le loro stesse pretese. Predicare l’equilibrio e poi strabicamente chiedere sempre e comunque spesa in deficit è invece un bel modo di illudere che ci possa sempre essere una via di fuga dai propri vincoli di bilancio.
E dopo aver detto una cosa “mezza-giusta”, Krugman spara una delle sue ormai classiche “bombe”: l’occidente non può uscire dalla recessione perché non ha accumulato in precedenza le risorse per farlo, mentre l’Asia viaggia a grandi ritmi proprio perché ha accumulato nel passato e ha potuto mettere in campo rilevanti stimoli keynesiani. Ora, gentile Josy, ma veramente ci vuoi raccontare che la forza dell’Asia e in particolare della Cina discende dal rigore finanziario avviato nel 1997 su richiesta del FMI? Il rigore del 1997 era la risposta dovuta alle crisi sui tassi di cambio, il “sudden stop and reversal” di Calvo, partito dall’eccesso di debito (quindi di spesa pubblica pregressa) costruito su un tasso di cambio fisso che non rifletteva lo stato delle finanze pubbliche e quindi gli incentivi effettivi sul controllo inflazionistico. La storia di quel “risanamento” è pertanto ben più articolata della banale ricostruzione offerta, non può ridursi ad una forza cinese costruita “solo” sulla spesa pubblica attuale di riserve accumulate a partire dal ‘97, e deve pure tenere conto di cosa significhi entrare nel WTO ed aver accesso a nuovi mercati disponendo di una enorme quantità (ancora non esaurita) di fattori produttivi che fino a quel momento non avevano trovato ragion economica di impiego.
La Cina ha un rapporto debito/PIL ormai ridicolo per gli standard occidentali. È certo intervenuta negli ultimi tempi a sostenere l’economia, ma non sono stati questi interventi a costruire la sua attuale forza, quanto la possibilità di sfruttare le proprie sotto-utilizzate risorse grazie alla prodigalità dei partner occidentali che campavano praticamente di spesa pubblica. La spesa occidentale ha gonfiato le loro tasche, ma loro giustamente si sono ben guardati dal trasformare il tutto in nuova spesa; questo ha permesso di “aiutare” l’economia negli ultimi pochi anni, ma si è aiutato una economia non drogata e che ha potuto continuare a contare su un occidente incapace di tornare indietro dai precedenti livelli di spesa. Se la gestione di una finanza pubblica è all’origine della forza cinese, questa è la finanza occidentale ed in particolare statunitense.
Caro Krugy, comunque tu la metta, finché il tuo occhio congenitamente strabico continua ad associare unicamente la spesa pubblica alla crescita economica, non puoi stupirti che il Keynesianismo sfoci regolarmente in una politica di deficit statali perpetui.

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Massimo Says
Complimenti per l’articolo. A quanto pare non sono l’unico che si turba leggendo il profluvio di parole di Krugman che “il sole 24 ore” puntualmente pubblica. Certo c’è da capire a quale sistema keynesiano Krugman si riferisca, visto che di Keynes ce ne sono tanti quanto le opinioni di keynes stesso , ovvero centinaia. Si riferisce al keynes della teoria generale dell’occupazione e quindi alla crisi come caduta dell’efficienza marginale del profitto dovuta a motivi psicologici ? Dubito . Questa versione originaria era talmente ridicola che oramai nessuno più la ricorda, o la vuole ricordare. Si riferisce alla interpretazione sraffiano-marxista del cronico sottoconsumo capitalistico da risolvere attraverso una ridistribuzione fiscale dai redditi alti a quelli bassi ? Oppure si riferisce all’interpretazione mainstreem, ovvero quella sistematizzata tra gli anni ‘40 e ‘50 dai vari Samuelson, Solow, etc, che di keynes mantiene quasi unicamente solo il moltiplicatore ? In quest’ultimo caso, che dovrebbe essere quello di Krugman , dovrebbe dimostrare che il moltiplicatore è maggiore di uno, ma lui sà benissimo che non è così. Quindi cosa fà ? Scade nella seconda interpretazione. Quella socialista. Una interpretazione completamente sbagliata, ridicolizzata in realtà dallo stesso keynes, ma che ha il grande vantaggio di essere semplice e quindi capibile dalla massa, e di rispondere all’instinto primario dell’invidia sociale che in tempi di crisi come questi, si rinfocola. Per concludere, Krugman non è più nemmeno keynesiano, è solo un semplice e volgare propagandista politico.
Di nuovo complimenti.
Aug 20th, 2010 at 11:03 pm
biagio muscatello Says
Vedo che siamo d’accordo pressoché su tutto!
Si potrebbe anche dire che se l’attuale economia americana ha dei problemi, gli economisti americani più ascoltati dai politici li riflettono al meglio (se usiamo il linguaggio di Marx). Se invece usiamo il linguaggio di Weber, si dovrebbe dire: se l’economia americana ha dei problemi, ciò dipende dall’influenza esercitata dagli economisti più ascoltati. E non parliamo dei politici!
Aug 21st, 2010 at 9:53 am
silvano Says
No, Massimo, non sei l’unico a rimanere perplesso del fatto che Krugman sia “‘l’economista” più importato sulla stampa economico-finanziaria italiana..
) nel considerare accettabile l’idea di uno stato che equalizza surplus e deficit a seconda della congiuntura, perché la saggia proposta, validissima in ambito individuale, familiare, aziendale, associativo, etc. messa in mano ai politici “à la Krugman” diventerebbe: tassare ancora di più, nei momenti di vacche grasse, per allentare il morso nei periodi di vacche magre. Va da sé che a colpi di imposte anche il pio bove fa presto a diventare scheletrico…
E devo dire che Leo è stato pure buono (quando si tratta di Krugman, è insolito per lui
Aug 21st, 2010 at 12:49 pm
farano Says
Ha ragione Krugman, a prescindere!
Aug 21st, 2010 at 10:00 pm
Massimo Says
Ieri, sabato 21, “il sole 24 ore “, ha perfino raddoppiato. Editoriale in prima pagina di Krugman e di Stiglitz. Se non ci fosse Riotta come direttore direi quasi che i gruppi parastatali di controllo di Confindustria vogliono giustificare anche a livello teorico il loro abbeverarsi alla fonte statale. Considerando che Riotta nasce dal Manifesto, tendo invece a pensare che sia solo lui il responsabile. @ Farano: ti faccio i complimenti, le tue argomentazioni sono ineccepibili .Magari un pò debolucce, ma decisamente ineccepibili.
Aug 22nd, 2010 at 2:27 pm
Leonardo, IHC Says
Grazie a tutti.
Credo che Farano più che difendere Krugman (ma figuriamoci… in quei termini poi…) citasse Totò.
@Silvano: ho chiuso un occhio sulla possibilità di una politica fiscale anticiclica solo per poter ragionare sul piano di Krugman; tranquillo, sono sempre Leonardo: lo Stato, almeno come lo conosciamo, è sempre un “tiranno” e ciclica o anti-ciclica la sua politica non riflette la mia volontà né la “compone” con quella degli altri cittadini.
Aug 27th, 2010 at 5:47 pm