Il Welfare State È Finito
May 28th, 2010 by Leonardo
Il Welfare State è finito. Non è una questione di “se”, ma di “quando” e “come”. Ovviamente non è irrilevante per la propria esistenza il fatto di riuscire a posporre questo evento sulle spalle dei propri nipotini, piuttosto che fronteggiarlo domattina quando suonerà la sveglia alle sette prima di andare al lavoro. Così come non saranno irrilevanti le modalità: vedrà gli individui immersi in un processo adattivo o sarà un evento stile big bang dove parte delle popolazioni ormai totalmente sprovviste di qualsiasi istinto di sopravvivenza economica che superi gli impulsi animali si troveranno a ruzzolare tra la monnezza cercando un pasto come ex pensionati di un’era post sovietica?
Non si tratta di celebrare la supremazia del modello americano su quello continentale europeo. Anzi. In quello che comincia ad essere il crepuscolo della socialdemocrazia è più che legittimo rivendicare con orgoglio che, in fondo, dopo quel lungo processo storico, etichettabile come la Grande guerra civile europea, simbolicamente iniziato con l’assassino dell’arciduca Ferdinando d’Austria a Sarajevo da parte di uno studente serbo e conclusosi con il suicidio di Adolf Hitler all’interno di un bunker mentre i cingolati russi attraversavano le vie di Berlino, è preferibile fallire per troppo burro piuttosto che per troppi cannoni. In un certo senso sarebbe come ripetere consecutivamente lo stesso errore e questa coazione a ripetere verso l’autodistruzione di massa non è degna della nostra civiltà. L’unico vantaggio empirico del Warfare americano sul Welfare europeo è che il primo, a differenza del secondo, può tentare di espandere i propri ricavi oltre i propri confini attraverso rapporti di tipo egemonico anziché contrattuale.
Ma, oltre che essere profondamente lesivo del diritto alla vita e della dignità umana, il Warfare può avere conseguenze non intenzionali sulla cui gestibilità da parte di politici e scienziati sociali, è prudente non scommettere nemmeno una dracma fuori corso. Ovviamente anche negli Stati Uniti c’è molto burro destinato anch’esso a sciogliersi, ma tuttavia, nell’immaginario collettivo del nostro tempo, il budget federale americano per le spese militari è sicuramente ciò che meglio rappresenta il partito dei cannoni all’interno del mare magnum del trasversale ed internazionale “partito della spesa”.
Il Welfare State, nei termini in cui lo conosciamo e lo concepiamo oggi, è finito perché riduce un larga parte della popolazione ad uno stato intermedio tra il burocrate ed il lacchè. Intendiamoci: per molti secoli, anzi forse durante tutta la storia, la vita del lacchè di corte è stata e continuerà ad essere più agiata rispetto a quella della maggior parte dei liberi proprietari, così come la vita di una yes woman dell’emiro o dell’oligarca di turno è indubbiamente più vantaggiosa, sotto il profilo del godimento immediato dei beni materiali, di quella di una commessa o di una piccola imprenditrice, per quanto più libere queste possano essere. Ma bisogna essere altrettanto chiari nell’affermare che sono la mentalità borghese e mercantile di queste ultime figure, e non quella del giullare, ad aver consentito l’avanzamento dell’umanità fino al punto in cui un piccolo e mediocre piacere come defecare comodamente seduti leggendo il giornale, gioia questa un tempo preclusa perfino all’imperatore Carlo Magno, sia diventato accessibile a tutta la popolazione.
La fallacia dei processi redistributivi è insita nella concezione statica della società che la sottintende, nella visione circolare delle dinamiche economiche, nella concezione di un agire umano ritmato e prevedibile come il succedersi del giorno e della notte o l’alternarsi delle stagioni. Per questo è possibile considerare il matrimonio tra l’ingegneria sociale e le dottrine socialiste e/o keynesiane come predestinato e inevitabile. La decadenza derivante dalla sistematica introduzione e modifica di processi redistributivi non è il frutto di una loro eventuale cattiva amministrazione, è ontologica. E’ il sistematico rifiuto di comprendere che siamo quello che siamo come conseguenza di ciò che siamo stati e che per tanto dirigere coattivamente tutte le nostre energie per la realizzazione di un obiettivo sociale o morale, per lodevole che sia, ci impedirà di declinare per noi stessi il verbo essere al futuro. Non è il momento di prolungarsi troppo su quanto sia arduo nonché pericoloso avere una morale o valori sociali “oggettivi” e sul fatto che il buon senso suggerirebbe di restringerli ad una dimensione tale da non trasformarli in soffocamenti della libertà individuale, sia attuale che potenziale. È sufficiente ricordare che ogni avanzamento richiede come prerequisito la possibilità che anche soltanto alcuni individui siano in condizione di tentare di scoprire nuove vie, sopportandone i costi e traendone per sé i massimi benefici, per quanto sproporzionati essi possano apparire agli occhi degli altri.
Per quanto cinico possa sembrare, non è né grazie alle lotte sindacali se la vostra azienda vi fornisce un’assicurazione sanitaria integrativa, né grazie alle competenze statistiche degli attuari dell’Inail se disponete di un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. È grazie all’avidità di noti e ignoti armatori navali, grassi crapuloni, che secoli or sono pagavano dei “premi” ai comandanti che riuscivano a condurre delle bagnarole di legno da una parte all’altra del Mediterraneo. Costoro, senza né saperlo né volerlo essere, furono i pionieri dei meccanismi assicurativi che consentono oggi di ripartire i rischi e soddisfare bisogni “sociali”. Ed è altamente probabile che all’epoca queste persone rimanessero antipatiche a buona parte dell’intellighenzia istruita né più né meno come oggi generano forme di risentimento le persone che accumulano fortune con successo. Se dalle prime ed arcaiche assicurazioni navali siamo arrivati a sviluppare forme di previdenza sanitaria e pensionistica è perché l’umana invidia nei confronti di personaggi semianalfabeti che riscuotevano lauti “premi” e cospicue rendite solcando le onde è rimasta confinata al fegato e alla cistifellea dei benpensanti senza mai trasformarsi in legge. Per quanto immeritevole possa apparire, durante la prima rivoluzione industriale, hanno contribuito al progresso tecnico operai e artigiani semplicemente svogliati o desiderosi di aver a che fare con macchinari meno faticosi da maneggiare, più di quanto non abbiano fatto cattedratici e accademici dotati di vaste competenze filosofiche e matematiche. Anche qualora fosse stato mosso da mera pigrizia, l’avanzamento della società, deve assai di più al singolo inventore che a dieci o cento Stakanov i quali ripetono meccanicamente i medesimi gesti con la sola speranza di ricevere una medaglia dall’apparatcik di turno.
L’imprenditore, nell’accezione che la scuola liberale viennese dà a questo termine, vede. Il burocrate, nel migliore dei casi, guarda e imita. Non è, per natura e per mancanza di stimoli, votato all’innovazione. Per questo una società statica, legata da lacci e lacciuoli è destinata a decadere in uno stato di catatonia senza nemmeno comprenderne le ragioni. In particolare non è assolutamente possibile la sopravvivenza a lungo termine di un pesante apparato fiscale e statale unito ad infrastrutture giuridico normative illiberali ed inefficienti. Spesso vengono citate la Svezia e i paesi scandinavi come modelli (qui, qui, e qui). E spesso chi cita la Svezia ha una pessima opinione, ad esempio, della Svizzera, assimilandola ad un rifugio di pirati. Una specie di Tortuga con le Alpi intorno. Pochi però si soffermano sul fatto che la Svezia e gli altri paesi nordici erano già tra i più ricchi al mondo prima che Lord Beveridge concepisse l’idea di uno Stato che assiste gli individui dalla culla alla tomba. E lo erano diventati grazie ad un lungo periodo di pace, libero commercio, e infrastrutture giuridiche idonee a tutelare la proprietà ed i contratti. Questo ben prima di cominciare a copulare giorno e notte con progressismo e socialismo reale. È pratica comune inoltre dimenticare il fatto che tutti i sistemi di protezione sociale – scandinavi inclusi – hanno necessariamente bisogno di un’economia capitalista sottostante da cui estrarre le risorse e che tutti i maggiori dissesti finanziari – crisi scandinave incluse (ad ex. svalutazioni sistematiche tra gli anni settanta e ottanta, inflazione, fallimenti bancari dei primi anni novanta, etc.) – sono in ultima istanza riconducibili a pratiche di welfare e warfare. Certamente il debito pubblico ed il sistema creditizio possono aiutare a prendere tempo e la cosa non è da disprezzare data la finitezza della vita umana. In fondo Luigi XIV è passato alla storia con l’appellativo di Re Sole, mentre al suo discendente Luigi XVI, la cui principale colpa è stata quella di non aver compreso appieno l’ “esprit du temps”, è toccata la più mesta sorte di finire ghigliottinato sul patibolo.
Se la crisi dei debiti sovrani non sarà l’occasione per ridimensionare il ruolo dello Stato nell’economia rimettendo gli individui sulla retta via dell’autoresponsabilizzazione, l’occidente, con il suoi futuro ipotecato, finirà per apparire al resto del mondo come Versailles appariva al resto della Francia: parassita, ipocrita e rentier. Purtroppo però, come direbbe l’amico Leonardo, a delegare ci si abitua, e dopo aver delegato per tanti anni i propri destini al paternalismo e al clientelarismo delle classi politiche affinché realizzino il ben del mondo, si diventa molto altruisti. Così altruisti che la lista dei colpevoli della crisi, capitanata dalla immancabile speculazione internazionale, prevede una lunghissima lista di “altri” che “sarebbe più giusto che pagassero prima e più di me”. Le proteste greche caratterizzate da una certa dose di violenza urbana sono riuscite nel giro di pochi mesi a mandare a picco il fatturato dell’unico settore, quello turistico, immediatamente offribile sul mercato. Soltanto chi non deve sistematicamente fare mai i conti con costi, ricavi e clienti perché paga pantalone non può capire il danno che l’estremismo barricadiero sta inferendo alla società greca e che potrebbe inferire al resto d’Europa. Parallelamente a questi eventi, i processi di negoziazione interni alla Unione Europea legati al bail out dei debiti sovrani cominciano a far emergere in maniera strisciante piccole forme di miope ed incivile nazionalismo che altrettanto stupidamente si pensa di sconfiggere conferendo maggiori poteri decisionali alle strutture centrali dell’Unione. Bisogna avere il coraggio di rivendicare che sono stati il capitalismo e la costruzione di una società più libera ad aver rivoluzionato paesi atavicamente poveri come l’Irlanda, mentre cinquanta anni di trasferimenti unilaterali dal nord verso il sud Italia non hanno ottenuto altro effetto che mantenere il mezzogiorno in uno stato di subordinazione clientelare e cronicizzare nel centro nord un malessere che fortunatamente fino ad ora si esprime principalmente sotto forma di insofferenza fiscale. L’Europa non ha certo bisogno di cominciare a coltivare nuovamente discutibili “sentimenti collettivi” di natura pseudo sciovinista, la cui origine deriva da una scarsa definizione e percezione delle proprie responsabilità e dei propri doveri individuali. La totale incapacità di reinventarsi o di immaginare un futuro che non consista semplicemente in una lenta agonia dello status quo è un danno peggiore rispetto a quello derivante da qualsiasi dissesto delle casse pubbliche. E questo rischia di essere il frutto amaro di quel rottame di socialismo reale che è divenuto il nostro stato sociale.
Un welfare state così tentacolare pone una pietra tombale sulla democrazia come miglior procedimento per scegliere un governo rispettoso della libertà dei cittadini. Corrompe alla radice i meccanismi di formazione e distribuzione del potere. Istituzionalizza il clientelarismo. Mina, alla fine, la ragione stessa del diritto di voto. Non è in discussione il fatto se lo Stato debba farsi o meno carico di determinate e circoscritte situazioni di indigenza oppure debba o non debba in certi ambiti emanare norme che costituiscano un background comune sopra il quale ogni individuo regoli liberamente la propria attività. Siamo ormai lontani mille miglia da questo tipo di problematiche di stampo liberale. In una società dove si presuppone che sia necessaria l’esistenza di un soggetto collettivo che provveda alla vecchiaia poiché gli individui sono scialacquatori, che provveda all’istruzione poiché gli individui sono propensi all’ignoranza, che provveda alla sanità poiché una popolazione per quanto ricca non è in grado di curarsi a sufficienza, che provveda al trasporto pubblico poiché le persone non sono in grado di soddisfare al meglio le loro necessità di movimento, è giusto chiedersi: che titolo hanno per votare o prendere decisioni sulle sorti non solo altrui, ma di loro stessi, dei cittadini che, come da ipotesi, non sono in grado di badare alle proprie finanze, di pensare all’istruzione dei propri figli, di avere cura della propria persona, di scegliere il miglior modo per spostarsi dal punto “a” al punto “b”? Se veramente gli individui avessero una siffatta natura, sarebbe senza dubbio poco lungimirante affidare un qualsiasi potere agli umori della maggioranza di una banda di lobotomizzati.
Shumpeter e Hayek prefigurano la fine del capitalismo a causa del suo stesso successo. La ricchezza da questo prodotta incrementa le istanze redistributive ed egualitarie fino al punto in cui il sistema si sclerotizza e poi collassa. Agli individui non resta che combattere per dividersi le fette di una torta che diventa via via più piccola. Perché ciò non si verifichi è necessario suonare l’ineluttabile requiem allo stato assistenziale prima di cominciare a sprofondarci assieme nell’abisso. E cominciare ad immaginare una società libera fatta semplicemente di uomini, donne e famiglie che collaborando e competendo tra loro soddisfano, nei limiti della natura umana, i rispettivi bisogni. Dalla culla alla tomba.


saldisaldi Says
Giusto.
Sarebbe ora che si iniziasse a mettere mano al welfware state europeo da una radicale riforma pensionistisca sul modello cileno che restituisca ai cittadini la proprietà dei propri soldi e la possibilità di investirli per il proprio futuro come essi credono meglio.
In Cile al momento della riforma, datata agli anni ‘80,chi scelse di passare ai fondi privati, oggi sta godendo di una pensione più alta di quella di chi è rimasto con il sistema pubblico e, soprattutto, può decidere autonomamente di andare in pensione senza dover attendere il consenso del burocrate statale di turno.
May 29th, 2010 at 8:05 pm
libertyfirst Says
Il paper di Buiter sulla situazione greca preparato per Citigroup parlava chiaro: la Grecia è morta, ma neanche USA, UK e Francia si sentono molto bene (500-600% di PIL di social security unfunded liabilities), con Germania e Italia poco meglio (400% di PIL di SSUL). Mancavano però i dati per la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, eccetera.
Quello che era chiaro dai dati è che la quantità di promesse non contabilizzate su cui si basa il consenso sociale dei nostri tempi è estremamente costoso e difficile se non impossibile da finanziare. Se le promesse verranno mantenute, strangoleranno l’economia e poi il welfare state andrà abolito per sopraggiunta morte della gallina dalle uova d’oro, se non lo saranno, cioè se il welfare state sarà ridotto, ipso facto implica un fallimento storico.
La mitologia degli USA liberisti ovviamente continuerà a danneggiare il libero mercato, visto che gli USA sono finanziariamente nello stallatico più della maggior parte dei paesi europei.
Vorrei proprio sapere come stanno i paesi scandinavi… sarebbe ironico se un caposaldo del liberalismo come la serietà fiscale rimanesse solo nei regimi economici considerati socialdemocratici per antonomasia.
May 29th, 2010 at 10:05 pm
libertyfirst Says
E’ da notare come le SSUL siano un’enormità rispetto ai debiti pubblici ufficiali, che non sono altro che il risultato delle spese già effettuate dagli stati, e non di quelle che promettono di effettuare.
May 29th, 2010 at 10:06 pm
Giovanni Boggero Says
http://lakesidecapital.wordpress.com/2010/05/26/chiamateci-criptosocialdemocratici/
Che pensate di questo? Mi pare guardare solo alla solidità dei conti per definire di successo il modello socialdemocratico non sia così corretto. Voi che dite?
May 30th, 2010 at 1:23 pm
Silvano Says
Purtroppo i links alle pagine del Mises Institute non sono venuti molto bene… Quindi:
http://mises.org/daily/4146 (The Scandinavian-Welfare Myth Revisited)
http://mises.org/daily/2259 (The Sweden Myth)
http://mises.org/daily/2190 (How The Welfare State corrupted Sweden)
Per dei racconti sulle esilaranti evoluzioni del Welfare teutonico consiglio invece dal blog Ottagono Irregolare
http://ottagonoirregolare.blogspot.com/2010/05/noi-e-loro.html (Noi e loro)
May 30th, 2010 at 5:23 pm
Biagio Muscatello Says
Condivido le tesi centrali di quest’articolo.
Tre brevissime osservazioni:
1) La storia non è finita, come qualcuno ha ventilato dopo la caduta del muro di B. Non sono un guerrafondaio; ma temo che abbattere il warfare sia ancora più duro che abbattere un certo welfare (il che è quanto dire!).
2) Schumpeter - sì - paventa la fine del capitalismo, per ragioni culturali e politiche. Non Hayek! Questo non significa che Hayek creda nelle magnifiche sorti e progressive del capitalismo; ma nell’ottica di Menger, Hayek e Mises mi sembra centrale il concetto di economia e mercato, più che quello di capitalismo (inteso come categoria storica).
May 30th, 2010 at 6:58 pm
silvano Says
1) D’accordissimo. Il warfare ha un track record decisamente più lungo…
Non ti sfugge una virgola, quando si parla di FvH
2) Hayek riprende l’argomento di Schumpeter e lo rimodula in alcuni brevi passi de “La società libera” quando sviluppa alcuni concetti sulla relazione tra progresso, disuguaglianza e libertà e - mi sembra - quando scrive contro l’imposizione progressiva sul reddito. Non è un profeta della fine del capitalismo come categoria storica, ma è fermamente convinto che una uguaglianza forzata e pianificata conduca alla stasi. L’ho citato in questo senso. Mi sa che in futuro dovrò stare attentissimo a farlo
May 30th, 2010 at 9:26 pm
libertyfirst Says
Note sparse
“L’unico vantaggio empirico del Warfare americano sul Welfare europeo è che il primo, a differenza del secondo, può tentare di espandere i propri ricavi oltre i propri confini attraverso rapporti di tipo egemonico anziché contrattuale.”
Dati i costi del welfare state americano - solo di sanità la sanità pubblica, pre Obama, spende in percentuale sul PIL più dell’Italia, vedere gli l’Europa come un esempio di welfare state e gli USA in contrasto è errato.
Per quanto riguarda il warfare state, in realtà non c’è alcun ampliamento dei ricavi: la guerra costa troppo, se fosse per motivi economici non la farebbero mai. Finora in Iraq hanno speso in 7 anni diversi triliardi di dollari. Pensare di recuperare questi fondi da un paese del terzo mondo che probabilmente non controlleranno mai è inverosimile. Se dipendesse da calcoli economici, sarebbero tutti pacifisti, tranne chi si trova a dover affrontare tribù primitive a cui è possibile senza grossi costi togliere tutte le risorse naturali. Condizioni del genere non ci sono più neanche in Africa, e le risorse naturali rappresentano il 5% del PIL, ormai.
May 31st, 2010 at 9:41 am
silvano Says
Ultimamente mangi pane e pil, non ti starai convertendo ai macroagreggati
?
Non è una contrapposizione corretta nei fatti, però la fanno anche loro. Diciamo che Europa e Usa incarna(va)no due idealtipi differenti.
Un conflitto lungo o di vaste proporzioni è sempre una perdita secca contabilmente. Tuttavia la spesa militare consente un certo espansionismo statale oltre i propri confini. Non è così irragionevole pensare che le basi usa sparse per il mondo contribuiscano a difendere il ruolo del dollaro come moneta di riserva, così come è difficile contabilizzare i vantaggi della politica estera: repubbliche delle banane, “presidenti” amici, etc.
Personalmente sono convinto che ogni impero abbia / raggiunga dei limiti intrinseci all’espansione della propria massa critica e che i tentativi di forzarli portino alla disfatta. Ma questa è un’altra storia, che va al di là dei ragionamenti sul welfare.
May 31st, 2010 at 7:06 pm
Vittorio Silva Says
I miei più sentiti complimenti all’autore di questo articolo (che ho provveduto a condividere su FB), estremamente “crudo” e per questo convincente.
Un appunto su Shumpeter ed Hayek: non avendo ancora avuto tempo e modo di studiare per bene le posizioni dei singoli esponenti della Scuola austriaca, non sapevo che predicessero la “fine” del Capitalismo.
Indicano una possibile via d’uscita od una “rinascita”?
Lord Tojo
Jun 1st, 2010 at 5:06 pm
Andrea Says
Nota Storica:
Qui si dice che il concetto di assicurazione è più antico: http://research.globalthoughtz.com/index.php/history-of-life-insurance-industry/
e, a ben pensarci, l’idea stessa dare una misura al rischio è connatura all’essenza del mercantilismo.
Inoltre, l’affermazione che le lotte sindacali non abbiano determinato le relative conquiste sociali forse è un po’ apodittica?
Jun 3rd, 2010 at 12:42 pm
silvano Says
In senso lato il concetto di volontaria e mutuale condivisione del rischio è antecedente allo sviluppo della navigazione nel Mediterraneo, in questo hai ragione Andrea. Mi sono espresso da una prospettiva “eurocentrica”, come se la storia con la S maiuscola cominciasse con i Greci. Brutto vizio !
Non è apodittica. Forme volontarie, ad ex. mutue assicuratrici, già esistevano. L’azione sindacale al più ha forzato l’estensione di determinati tipi di benefici assicurativi ai loro iscritti / associati. Sistemi previdenziali dove i costi non fanno pari con i ricavi, se non attraverso la forza, dove gli individui attivi devono volenti o nolenti pagare le pensioni di quelli passivi, con la certezza tra l’altro di non avere in futuro pari trattamento, sono il frutto di mere scelte politiche di ridistribuzione delle risorse attraverso la coazione. Non sono certo un’invenzione imprenditoriale, né il risultato di processi volontari di scoperta del tipo tentativo-errore-apprendimento.
Jun 3rd, 2010 at 6:21 pm
Andrea Says
beh, io, in effetti, non ho la certezza che queste scelte politiche cui hai accennato abbiano avuto l’obbiettivo unico di redistribuire la ricchezza sociale.
Però possiamo concordare sul fatto che la stabilità sociale, susseguita a queste conquiste “sindacali” abbia garantito uno sviluppo consistente dell’attività imprenditoriale.
Pensa solo al sistema dell’istruzione nazionale: non fa parte anche quello di queste famose “conquiste”?
Non crea esso un valore aggiunto di cui l’imprenditoria si avvale per competere nel mercato mondiale?
—-
Quando parli del “welfare” come una fabbrica di burocrati inefficienti e fanulloni, non posso far altro che concordare.
Quello che però occorre osservare, a mio parere, è che questi comportamenti dannosi ed inefficienti sono un espressione culturale.
Efficienza ed efficacia sono parole che nella P.A. vengono ripetute come un mantra eppure non generano gli effetti che tutti auspicano perché dall’inefficienza e dalla inefficacia molti traggono un profitto personale.
Allora io ti chiedo: chi ha fallito il sistema o le persone?
Jun 5th, 2010 at 9:07 am
silvano Says
Il sistema.
Sanità e istruzione di stato derivano da lotte politiche di tipo socialista o da scelte di tipo conservatore-paternalista (stile Bismark) piuttosto che da azioni sindacali. I sindacati in sostanza, sotto il profilo pratico, chiedono sempre “più”: “più posti” e “più spesa”. O, in fase di “tagli” di scaricare il conto preferibilmente su altri (altre generazioni, altri non rappresentati, etc.) Il contorno ideologico del momento fa poco testo. Sanità e scuola pubbliche sono una redistribuzione di ricchezza. Medici e insegnanti vengono stipendiati, non sono volontari. Non è lo stato a renderli un free lunch con la bacchetta magica, ma il fisco. E personalmente non ne ho nemmeno un’opinione così positiva, in particolare relativamente all’istruzione (che sforna frotte di disoccupati e “milleuristi”, per non parlare poi del progressivo inflazionarsi dei titoli di studio). Alcune precisazioni: una società libera con uno stato minimo non implica una società fatta di stronzi che vanno a giro armati di beretta calibro nove. Diciamo che si può essere un po’ più ottimisti sulla natura umana, per quanto limitata. Secondo: per garantire dei servizi non è necessario averne il monopolio esercitandolo in gestione diretta (stile welfare attuale).
I fenomeni parastatali non sono frutto di particolari mutazioni genetiche, né una sfiga impostaci da dio nell’attesa del apocalisse. Sono il frutto del sistema. I tedeschi dell’est, o i coreani del nord, non sono etnicamente inferiori ai loro corrispettivi dell’ovest o del sud. I cinesi di oggi vivono sempre sotto la stessa nomenklatura irrispettosa dei diritti umani, è il passaggio dal maoismo al capitalismo che ha aumentato le ciotole di riso prodotte. Idem per i brasiliani.
Jun 5th, 2010 at 9:05 pm
biagio muscatello Says
Solo oggi ho riguardato gli interventi successivi al mio.
Solo una precisazione sulla ‘fine del capitalismo’:
Schumpeter è stato fatto passare per socialista da vari suoi allievi (non ultimo Godwin, al quale la Facoltà di Economia e Banca di Siena è dedicata!). In realtà Schumpeter paventa la fine del capitalismo ed è quasi rassegnato; in ogni caso, se questo accadrà, sarà a causa dell’atteggiamento anticapitalistico della cultura e della politica: il capitalismo di per sé potrebbe durare per sempre. Questo per sintetizzare al massimo!
Hayek non è sulle posizioni di Schumpeter, per il semplice fatto che non enfatizza il concetto di capitalismo. I problemi di Hayek sono le distorsioni nell’impiego delle risorse. Il “capitalismo” nel senso di Schumpeter, per Hayek, è un concetto sociologico, che lascia il tempo che trova.
P.S.
All’amico Silvano (quasi Provveditore MPS): Quando faremo entrare un po’ di teoria austriaca nella tua storica Banca senese?
Sulla possibilità del calcolo socialista, invece, tra Hayek e Schumpeter c’è stata una accesa polemica (mentre Popper cercava di fare il pompiere tra i due amici). In questa polemica, Hayek e Mises erano sulla stessa linea.
Jul 17th, 2010 at 7:10 pm
biagio muscatello Says
Scusate: gli ultimi due capoversi andavano invertiti!
Jul 17th, 2010 at 7:11 pm