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Il Controllo Mondiale dei Prezzi secondo Taylor

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June 24th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ogni tanto ritorna la discussione su un controllo monetario mondiale, così da gestire globalmente l’inflazione. Siccome non c’è (ed è già una fortuna questo) un’unica moneta mondiale, non ci può essere un’unica Banca Centrale mondiale, allora tanto vale, come suggerisce John Taylor, coordinare tutte le Banche Centrali in un’unica politica monetaria, in questo modo controllando l’inflazione mondiale ed evitando la sottovalutazione delle manovre di “risposta” alle iniziative di una singola Banca Centrale (teoricamente in grado di annullare gli iniziali propositi monetari, anche in dipendenza dal grado di “apertura” delle economie interessate: ad esempio il Giappone ha tenuto bassi i tassi per stimolare la sua deflazionata economia, mentre la Nuova Zelanda li ha tenuti alti per controllare la propria inflazione, con il risultato che i capitali sono volati dal Giappone alla Nuova Zelanda vanificando più o meno i propositi di entrambi).

Vogliamo discuterne un poco?

 

Anzitutto John Taylor è l’inventore della Taylor Rule, cioè di una regola teorica di fissazione dei tassi di interesse in base alla posizione dell’economia, descritta da inflazione attuale o attesa rispetto a un certo obiettivo assieme al tasso di crescita del PIL rispetto a un target o ad una misura del suo “potenziale”. Di sicuro se si ragiona di una economia chiusa i conti si fanno meglio (si evitano i problemi di “risposta” di altre Banche Centrali), e di sicuro il mondo è una economia chiusa, quindi che la proposta di un coordinamento mondiale venga da Taylor ha una certa coerenza. C’è però anche da dire che questa regola non ha un grandissimo senso se pensata su ambiti territoriali particolarmente disomogenei, con tassi di crescita o di inflazione o livelli tecnologici ben diversi tra regione e regione, quindi a maggior ragione in un ambito mondiale. Tempo fa ho discusso sul fatto che l’Italia avesse bisogno di una moneta per il suo Sud (immaginavo un mitico Calabro) prima che dell’euro: era una battuta, ma mi serve ricordarla per far capire che, dove esistono rigidità varie che non permettono il dovuto adeguamento dei prezzi la possibilità di agire velocemente sull’unità di misura di tutti i prezzi diventa opportuna per tutti, dentro e fuori l’area (è un po’ la base delle teorie delle Aree Monetarie Ottimali, non mi invento nulla). Già da qui si vede la debolezza dell’ultima proposta di Taylor.

Inoltre va detto che se è vero che le Banche Centrali trascurano gli “effetti di ritorno” delle proprie politiche commettono un vero e proprio errore che non può essere definito solo come “peccato di miopia”, si tratta di un vero e assoluto errore nel proprio modello macroeconomico di riferimento, un deciso errore di teoria. La stessa teoria alla base dell’Inflation Targeting prende molto dalla Teoria dei Giochi, e mi pare impensabile che una Banca Centrale indipendente, votata ad un controllo monetario di lungo periodo e necessariamente competente, come si sbandiera che sia una Banca Centrale occidentale (sì, noi sappiamo che le prime due condizioni sono bufale, ma giochiamo al gioco di Taylor se no nemmeno ci sarebbe spazio di discussione) incoscientemente trascuri questi aspetti. E se queste grandi istituzioni prendono certi “granchi”, possiamo essere tranquilli che un loro coordinamento sia scevro da problemi simili? Per me no.

 

Una cosa forse ancora più preoccupante è però che lo stesso Taylor dica che occorre “una discussione su un qualche tipo di obiettivo di inflazione [mondiale, ma che] non occorre che sia un target numerico bensì un concetto sulla linea di Paul Volcker e Alan Greenspan”. Questa è abbastanza una bestialità proprio dal punto di vista dell’Inflation Targeting, perché la credibilità della politica monetaria non può essere mantenuta su tempi lunghi, e soprattutto in prossimità di periodi turbolenti, senza un ancoraggio sufficientemente preciso e verificabile come quello fornito da un target numerico. Un impegno fumoso si espone ad un forte rischio di credibilità, e quindi di inefficacia. Ma è la stessa politica di Inflation Targeting che va ridiscussa, perché si tratta di “imbrigliare” l’andamento dei prezzi impedendo che questi rivelino almeno il dato essenziale della scarsità; e considerato che non tutti i mercati sono “globali”, la pretesa di un controllo sui segnali di scarsità di una merce con mercato locale assieme ai segnali di mercati globali si traduce in una colossale manovra distorsiva sui prezzi relativi, e quindi sulle strutture produttive.

D’altra parte, se le Banche Centrali sono competenti come si spera, già avranno attivato meccanismi di coordinamento o di feed-back (in effetti quel taglio dei tassi concertato tra le principali Banche Centrali ne è un esempio vistoso, ma esistono anche rilevanti accordi di currency swap tra le stesse Banche Centrali che impediscono alle Banche Centrali di essere miopi); se invece non sono competenti si torna a quanto detto prima: come può il coordinamento di vari incompetenti produrre una politica competente?

 

Ma allora di cosa stiamo discutendo? Stiamo discutendo di un tentativo di cristallizzazione dell’attuale statu quo monetario internazionale, impedendo che nuove potenze economiche vedano riconosciuta la loro importanza attraverso la libera competizione monetaria, impedendo che le politiche possano differenziarsi in base alla relativa apertura dell’economia, e impedendo che si crei un livello di “concorrenza istituzionale” che possa rivelare livelli diversi di capacità amministrativa. E sicuramente questo è un modo di prevenire che si affermi da sola un’unica moneta mondiale trasversale, l’oro, a scapito del primato del dollaro americano.

E se una Banca Centrale ha potuto drogare la propria economia e creare un ciclo economico nefasto  con contagio globale, immaginatevi cosa possa fare un’unica politica monetaria mondiale. No, per favore, lasciatemi la speranza che almeno una moneta nel mondo sia “sana”.

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