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I Maiali e l’Oca Selvaggia

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May 18th, 2010 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Il 10 maggio 2010, è stata decisa un’iniezione di un fantastiliardo di euro per "salvare" l’eurozona. Come sempre gli imputati sono i PIIGS, le cui capacità di rifinanziamento sono poste sotto pressione dai mercati. L’acronimo, che definire dispregiativo è un eufemismo, mette assieme paesi accomunati da problematiche fiscali, ma diversi tra loro in misura superiore a quanto si è portati a credere. Questo semplifica la vita, permette di fare di tutta un’erba un fascio e ci risparmia la fatica di riconsiderare le caratteristiche dell’eurozona come area valutaria ottimale o OCA (Optimal Currency Area). Anche perché di inchiostro sull’argomento ne è stato versato a bizzeffe e la conclusione è grossomodo: molto probabilmente no, anzi quasi sicuramente L’Europa non lo è, però dopo trent’anni di integrazione monetaria  non si può certo cambiare politica per dare soddisfazione a Mundell & Co. Piuttosto è meglio sottolineare i progressi e profondersi in una bella professione di fede che quanto è stato fatto e quanto è in procinto di essere fatto ci condurrà verso un sempre più radioso futuro.

Ciò non è ovviamente soddisfacente. Facciamo quindi un breve excursus.

L’Irlanda è reduce da un ventennio di politiche liberali, elevati tassi di crescita, surplus di bilancio e basso indebitamento. Maiale da corsa. Anche la Spagna non si è certo distinta per una gestione allegra delle proprie finanze pubbliche: basso indebitamento, crescita, deficit moderati alternati a surplus, disoccupazione in calo costante (fino a "ieri" ovviamente). Maiale allegro. Il Portogallo (maialino) nell’ultima decade ha presentato indicatori relativamente simili a quelli dell’Italia (maialone) in termini di rapporto deficit/PIL e bassa crescita - anche se quella italiana resta un economia decisamente più diversificata e con un miglior saldo delle partite correnti. La Grecia (maiale OGM) presentava già forti criticità sul versante pubblico al momento dell’ammissione nell’area euro e non aveva mai avviato seri programmi di contenimento della spesa paragonabili a quelli dell’Italia, paese con cui divide il primato di un rapporto debito/PIL superiore al 100%.

In un paper del 2008 dal titolo "Is The Euro Zone an Optimal Currency AreaYuliadi Kadarmo su una base dati piuttosto ampia (1970-2007) testa sette proposizioni per verificare il grado di correlazione tra i 15 paesi dell’area euro nei seguenti ambiti: inflazione, tassi di interesse a lungo termine, deficit/surplus di bilancio, debito pubblico, tasso di cambio, disoccupazione, tasso di crescita del PIL. Solamente i tassi di interesse a lungo termine presentano un grado di correlazione forte e solamente i tassi di cambio un grado di correlazione medio. Per tutti gli altri indicatori la correlazione è bassa o scarsa. Questo porta ovviamente l’autrice a concludere che l’area euro non rappresenta una OCA. Considerata l’ampiezza temporale del periodo preso in considerazione, le risultanze dello studio riflettono gli esiti dei costanti sforzi da parte delle autorità monetarie di convergere verso una singola moneta, fatto questo ovviamente irrealizzabile senza passare attraverso una stabilizzazione dei cambi e dei tassi di interesse.

Sempre tornando indietro nel tempo troviamo un elemento che accomuna i PIIGS: nei primi anni 1990 avevano tutti un prodotto interno lordo pro-capite inferiore a quello dei paesi dell’Europa settentrionale. In particolare, se escludiamo l’Italia - peraltro sull’orlo della bancarotta ed alle prese con la difesa di un indifendibile tasso di cambio - gli altri quattro paesi si collocavano sistematicamente in fondo alla classifica. L’approdo all’euro si è caratterizzato dal convergere verso un unica struttura dei tassi di interesse da parte di paesi relativamente "emergenti" (da questo punto di vista solo l’Italia era un’economia più matura) e provvisti di maggiori opportunità di sviluppo e crescita ancora non esplorate. Non è affatto peregrina l’idea che durante questo processo i tassi di interesse monetari si siano collocati molto al di sotto di quello naturale, in misura assai superiore rispetto a quanto stava avvenendo nell’Europa continentale e che pertanto il disallineamento delle preferenze intertemporali sia stato più pronunciato che nel resto dell’area. La dinamica fiscale, seguendo prociclicamente il pattern del classico ciclo austriaco di boom & bust, si è rivelata molto vulnerabile agli effetti di un marcato scoppio della bolla. Particolarmente interessanti i casi di Spagna e Irlanda, dove anche il mercato del lavoro, registrando un fortissimo incremento del tasso di disoccupazione, sembra suggerire un cospicuo eccesso di malinvestimenti da smaltire e personale da riallocare. Lo scarso interventismo dell’Italia nel fronteggiare la crisi con manovre di finanza pubblica a sostegno del sistema bancario e la sua miglior posizione in termini relativi nei confronti dei mercati, nonostante uno stock di debito pubblico da capogiro, confermano le tesi di chi prevedeva a ragione un trasferimento del rischio dal sistema finanziario al comparto delle emissioni governative.

Sarebbe molto bello e culturalmente utile se gli eventi odierni servissero almeno a decapitare (intellettualmente) gli economisti à la Krugman, i politici che additano la speculazione, i sostenitori del fallimento del libero mercato, l’eurotecnocrazia che vede, prevede, stravede e provvede. Purtroppo non è così. Krugman continua a sproloquiare, i politici dimenticano di aver bussato alla porta degli "speculatori" per entrare nell’eurozona (leggere wikipedia alla voce "Costas Simitis"), gli statalisti non sono stati mandati definitivamente a gambe all’aria, ed un ex studente maoista portoghese (leggere sempre wikipedia) rispondente al lungo nome di José Manuel Durao Barroso invoca ancora più poteri per la sua Kommisione.


Nonostante queste premesse, non proprio esaltanti, sarà comunque interessante vedere la reazione dei nostri maiali, costretti a un brusco risveglio da un’oca rivelatasi più selvaggia del previsto. La prima risposta dei soloni di Bruxelles rischia di rallentare i processi di riallineamento dei deficit fiscali e favorire ancor di più il tiro al bersaglio sui titoli di debito sovrani (si veda qui su IHC).

La fede nell’Europa "sempre e comunque" rischia di ingenerare un discutibile trade-off tra il procrastinare nel tempo le necessarie manovre di tagli alla spesa e cessione di quote di sovranità fiscale. Ovvero nella loro naturale attitudine di restare attaccati alla poltrona come ostriche allo scoglio, le classi politiche nazionali possono puntare ad ottenere compromessi al ribasso - pur sempre impopolari - spalmabili in più di un esercizio, in cambio “dell’aiuto esterno” dell’Unione Europea fornendo come contropartita una certa disponibilità a rimettere le proprie competenze tributarie in seno all’unione stessa. La prima candidata in tal senso sembra essere la Grecia, mentre all’estremità opposta troviamo l’Irlanda, la quale ha già intrapreso con una certa decisione un drastico piano di ridimensionamento del comparto pubblico, cercando di mantenere relativamente inalterato quel mix di bassa fiscalità e legislazione liberale che si è rivelato vincente nel modernizzare il paese. Da monitorare ancora le scelte di Madrid, Lisbona e Roma dove il peso di parte dell’elettorato potrebbe indurre gli esecutivi a varare incrementi di imposte anziché concentrarsi quasi esclusivamente sul versante della spesa, indebolendo però così le capacità di recupero delle rispettive economie. Un altro elemento di interesse sarà il mercato del lavoro, il cui livello di mobilità geografica è un fattore importante per riassorbire i costi connessi alla creazione di un’area valutaria comune. Sotto questo aspetto l’area euro non è comparabile agli Usa, tranne forse che in una classe di lavoratori: gli immigrati. Privi di legami "storici" e lontano dal paese di origine, questa fascia di manodopera potrebbe rivelarsi più propensa a ricollocamenti intra-comunitari, con conseguenze sociali e politiche tutte ancora da valutare.


Ultimi spunti. Alcuni paesi dell’Europa orientale hanno scelto una strada simile a quella irlandese per quanto riguarda il modello di crescita, caso emblematico e attualmente di successo, la Polonia. Più o meno tutti aspirano ufficialmente ad entrare nell’euro o a raggiungere le condizioni ritenute necessarie dalla BCE per instaurare un regime di cambi oscillanti all’interno di una banda predefinita (il c.d. European Exchange Rate Mechanism). Qualora i costi associati alla tendenza ad all’allargare l’area valutaria comune si rivelino una costante sistematica negli episodi recessivi, ci vedremo costretti a dare tardivamente ragione al conservatore inglese Lord Tebbit, il quale in sostanza scompose l’acronimo ERM in Eternal Recession Mechanism. La Polonia attualmente non aderisce all’ERM II mentre i paesi baltici sì. Infatti a gennaio l’Estonia entrerà nell’area euro: è stata fiscalmente virtuosa ed ha mantenuto il peg.

Ad ogni costo ovviamente, perché dall’Unione Eurosovietica non si esce.

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