Fuffa Americana sulla Riforma delle Banche
February 5th, 2010 by Leonardo
Premetto che secondo me Obama è semplicemente in crisi di consenso e per risollevarsi, in vista delle elezioni di metà mandato che lo metteranno quasi sicuramente in minoranza rispetto al Congresso, le sta sparando grosse così che siano facilmente comprensibili dal vulgo.
L’ultima sparata è quel progetto (ma andrà avanti davvero?) di ri-separazione delle attività commercial e investment delle banche private, con a corollario una sequela di fuffa demagogica sul contenimento delle dimensioni delle banche.
Il suo discorso del 21/01/10 è infatti, pur nella brevità, pieno di enormità.
Essenzialmente Barack Obama (detto Biribì) incolpa le banche private perché si sono prese troppi rischi investendo soldi dei depositanti, finché non sono andate nei guai, e siccome varie di queste erano troppo grosse e importanti per fallire sono state pure salvate con i soldi dei contribuenti (facendo un parallelo tra depositanti e contribuenti si trova proprio un bel quadretto). Egli si lamenta che le regole non sono cambiate, e le banche possono godere ancora dell’assicurazione dei depositi e di finanza strutturata che nasconde le loro esposizioni. Quindi propone che le banche non investano più in certe cose, ad esempio Hedge Fund, rafforzino la patrimonializzazione, e siano meno grandi.
Cosa penso di queste idee? Letame. Lo strabismo di queste posizioni è allucinante: incolpare la finanza strutturata per cose che sono state spinte stimolate e richieste dallo Stato stesso! I vari strumenti di cartolarizzazione, come i CDO, erano ben voluti quando permettevano alle banche di ampliare il monte mutui-casa, ed erano per questo voracemente assorbiti anche dalle para-statali FreddieMac e FannieMae; sputarci ora in quei termini è ipocrita.
Banche meno grandi per aiutare, con la concorrenza, i depositanti-contribuenti? Senza che si capisca perché si crei una certa concentrazione, se per favore politico o superiore imprenditorialità e economicità della gestione, e senza prima verificare l’altezza delle barriere all’entrata e quindi la contendibilità del mercato, tale affermazione non è solo sbagliata, è insensata! Tra l’altro, se esiste un “oligopolio” non giustificato dall’imprenditorialità ma dal favore politico, il problema torna allo Stato e si butta a mare tutta questa fuffa demagogica.
Incrementare la patrimonializzazione di sicuro non farebbe così male, ma a parte che la misura ottima è incalcolabile, finché non si comprendono gli squilibri fondamentali da cui si è mossa la crisi non ha senso mettere una toppa qui e una là rischiando di spostare i capitali in modo arbitrario (maggiori capitali nel patrimonio delle banche sono meno capitali altrove, qualcuno deve pensarci, perché l’alternativa è che le banche riducano l’attivo ma se lo fanno vengono incolpate di strozzare l’economia).
E poi arriviamo alla specializzazione bancaria, istituita negli USA da Roosevelt nel ‘33 con il Glass-Steagal Act, ritirato nel ‘99 da Clinton, e ora riproposta (formidabile esempio di time inconsistency, nevvero?). La mia posizione: “inutile metterla – inutile toglierla”. Il progetto di Biribì dice che “banks will no longer allowed to own, invest, or sponsor hedge funds, private equity funds or propriety trading operations for their own profit unrelated to serving their customers”, cioè niente “speculazione” in proprio (Biribì non ha però usato il termine “speculation” nel suo discorso, il che mi sorprende), al massimo fondi comuni ma per i clienti. Però… non mi sembra che queste proposizioni vogliano vietare il “funding” agli speculatori professionali, e non è una mancanza da poco. Tra l’altro non credo possibile il divieto ad un Hedge Fund di cercare finanziatori via credito diretto o emissione di titoli (a meno che non si voglia imporre che le attività di trading proprietario vengano realizzate solo con capitale proprio, portando alla chiusura di mezzo mercato finanziario mondiale con conseguenti effetti sui prezzi di titoli e materie, ed a meno che non si voglia con piglio autoritar-dispotico impedire ad un libero cittadino di acquistare un qualsiasi titolo finanziario). Certamente si elimina il legame proprietario tra banche commercial e investment, per cui le perdite da trading non diventano perdite della banca, ma se il fondo va a fallire sono sempre e comunque soldi bruciati per la banca (è l’analogo dei limiti di partecipazioni tra banca e industria: l’una non controllerà mai l’altra evitando così commistioni, ma le banche continueranno a prestare alle industrie perché quello è il loro lavoro, e continueranno a subirne le vicissitudini). In questa ottica resta sempre anche il problema di Consigli d’Amministrazione “amici” che possono scambiarsi “favori” in forma di prestiti o consulenze a certe condizioni, per cui enti diversi come banche e fondi possono trovarsi legati da un sostanziale unico soggetto economico senza riferire ad un unico soggetto giuridico. Voglio poi vedere come si risolverebbero semplici giochi di scatole cinesi che riconducano banche e fondi a una sola holding con sede in terra neutrale (non importa che viga il segreto bancario, basta esser fuori dalla giurisdizione, in questo caso, americana) con il potere di smistare fondi da una parte all’altra, il che mi fa dubitare dell’efficacia anche solo formale delle proposte di Biribì Obama.
Infine, non fatevi prendere in giro dai fan della regolamentazione: il Glass-Steagal Act è del ‘33 mentre gli USA sono usciti dalla Grande Depressione solo a fine II Guerra Mondiale, e l’attuale recessione è scoppiata almeno otto anni dopo il ritiro dell’Atto partendo dal segmento bancario a maggior influenza statale; il nesso causa-effetto tra Atto e congiuntura è quindi da considerarsi inconsistente o, nel migliore dei casi, molto molto lasco e inservibile per risolvere l’attuale congiuntura.
Insomma, è tutto inutile, le crisi sono arrivate con o senza Glass-Steagal Act perché la mera forma è un problema ben aggirabile.
Ma il moro di Washington ha detto una cosa interessante quando ha collegato, benché lascamente, l’assicurazione statale sui depositi quale “privilegio… per le banche” (scommetto che pensavate tutti all’assicurazione come privilegio per i depositanti), tassi bassi, e trading scriteriato. Zingales ad esempio obietta che l’accostamento è sbagliato, perché sono saltate investment bank che non avevano a che fare con l’area commercial (e con i depositi). Io dico che è invece l’unica intuizione seria, forse involontaria, di Biribì, perché la garanzia sui depositi elimina il rischio dei depositanti, che allora non si faranno pagare il rischio di illiquidità della banca come premio sul tasso, il che diventa un aiuto sulla provvista delle banche commerciali o con divisione commercial che diventerà minor costo per i debitori, soprattutto debitori bancari quali le investment bank, che a loro volta potranno ampliare il trading e prendersi rischi maggiori (lo speculatore è un imprenditore, e come questo ha davanti possibili rendimenti e un costo del capitale, per cui se quest’ultimo si abbassa si aprono prospettive di maggiori investimenti non necessariamente sostenibili).
In effetti Biribì ha toccato un argomento importante: il sistema bancario gode di alcuni privilegi; come chiunque abbia un privilegio, ne approfitta, e può ben darsi che spinga questo fino a livelli estremi e “non sostenibili”. Eziologicamente il problema si risolve eliminando il privilegio, ma siccome eliminare questa garanzia implicherebbe malcontento tra i depositanti-contribuenti (nonché elettori) si mantiene il privilegio ma si ammonisce dallo sfruttarlo o si cerca di mettere paletti, così che da una situazione di necessaria responsabilità (nessuna garanzia, tassi più alti e restrizione di crediti e speculazione) si passa a due distorsioni (privilegi e limitazioni all’operatività) di cui, come è solito, la seconda non si sovrappone perfettamente alla prima e quindi ne seguiranno distorsioni a catena in altri settori e relativi interventi statali ad incasinare ulteriormente il tutto.
Biribì Obama, come la maggior parte di politici ed economisti, ha solo sfiorato la realtà causale della congiuntura, “ritoccando” o “omettendo” particolari qua e là per ottenere una rappresentazione politica pro domo sua. Che abbia, forse, azzeccato un’intuizione (senza comunque darle seguito) non deve trarre in inganno: è solo un politico e come tale incline al gattopardismo, pratica di facile applicazione in questo caso dove mettere o togliere una distinzione tra commercial e investment non ha effetto pratico tranne che nelle menti frustrate del vulgo.

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1 Response to “Fuffa Americana sulla Riforma delle Banche ”
Le Banche, Obama e i falsi miti « Io voto Pro Lib3rtarian Iniziative
[…] Voglio riprenderne alcuni punti che, benché già discussi a suo tempo, ritengo facciano parte di quegli argomenti evergreen che periodicamente torneranno in auge. […]
Pingback on Aug 5th, 2010 at 1:32 pm
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