Dai sempre proficui scambi di opinioni tra me e Pietro (aka Libertyfirst) a volte traggo spunti di riflessione che toccano anche punti cardine del mio credo liberalista, mettendone in discussione oggettività e ragionevolezza.
Nel nostro discutere, Pietro mi ha espresso il suo dubbio sul fatto che in realtà esista un limite per la deflazione, oltre cui si realizzano progressive marginalizzazioni delle imprese; questo andrebbe a contrastare gli assunti liberalisti e vieppiù “austriaci” di sostanziale indifferenza di operatività dell’economia in fasi di inflazione e deflazione (ad esempio si veda Polleit). Se questo dubbio si provasse fondato, butterebbe all’aria la supposta capacità dell’economia di operare regolarmente in costanza di progresso tecnologico con tassi di crescita dell’offerta di moneta praticamente nulli (un ideale “austriaco”) e fornirebbe una giustificazione alle politiche di controllo inflazionistico; in altri termini, si dimostrerebbe la non-superiorità del liberalismo, se non addirittura la necessità dell’inflazionomia!
Va da sé che, per questa ragione, odio Pietro.
Di seguito schematizzerò i ragionamenti in un formalismo sostanzialmente neoclassico (una logica verbale funzionerebbe lo stesso, ma anzitutto io faccio come mi pare, e poi mi serve per non dare come scontata la pur intuitiva “condizione di investimento”), descrivendo il pensiero liberalista ed il dubbio di Pietro nei due relativi paragrafi “Base Microeconomica” e “Non-Neutralità Deflazionistica”. Demando a un successivo articolo l’analisi della rilevanza del dubbio di Pietro.
a) Base Microeconomica
Definisco, per una certa impresa, P il prezzo di vendita della produzione Y, F i costi fissi della produzione, V i costi variabili, i il tasso di interesse nominale, K(Y) il capitale impiegato in relazione al volume di produzione Y, e σ la remunerazione del rischio imprenditoriale commisurato al capitale investito nell’attività; per semplicità tralascio l’esplicitazione del “lavoro” come fattore di produzione (riconducibile, se si vuole, in F o V dipendentemente dalle politiche aziendali). Con queste definizioni posso rappresentare l’utile d’impresa U da massimizzare come:
U= P Y-F-V Y-i K(Y)-σ K
Ponendo ragionevolmente una produttività marginale decrescente del capitale, si ha dK/dY=KY>0 e d2K/dY2=KYY>0; la condizione di primo ordine è quindi dU/dY=P-V-i KY- σ KY=0 e la condizione di secondo ordine è d2U/dY2=-(i+σ) KYY<0. La condizione di secondo ordine ci conferma che la soluzione per Y della condizione di primo ordine corrisponde alla massimizzazione dell’utile dell’impresa.
Dalla condizione di primo ordine si trova anche P-V=(i+σ) KY e cioè (P-V)/KY=i+σ dove (P-V)/KY corrisponde alla redditività netta del capitale impiegato nella produzione marginale, in altri termini alla redditività nominale del capitale, che chiamo R; la condizione di primo ordine è quindi riscrivibile più chiaramente come R=i+σ, il che significa che l’impresa investe capitale finché la redditività può compensare il costo ed il rischio associato, cioè finché
R≥i+σ
che definisco appunto la “condizione di investimento” (nominale).
Neoclassicamente i valori nominali sono scomponibili in valori reali e componente inflazionistica, per cui la “condizione di investimento” è riscrivibile come ρ+π≥r+π+σ, dove ρ è la redditività del capitale, r il tasso di interesse reale e π l’inflazione, per cui è uguale a scrivere
ρ≥r+σ
Essendo la “condizione di investimento” rappresentabile indifferentemente in termini reali e nominali, la scuola neoclassica conclude che le decisioni di investimento dell’impresa non risentano dell’inflazionarietà o disinflazionarietà del sistema economico.
b) Non-Neutralità Deflazionistica
Come Pietro ha osservato, i tassi di interesse nominali hanno però un limite inferiore: non possono essere negativi, cioè i=r+π≥0. Da questo segue che la “condizione di investimento” (nominale), al progredire della deflazione e quindi all’azzeramento dei tassi di interesse nominali, diviene ρ+π≥σ ovvero ρ≥+σ-π che in fase di deflazione si può scrivere come
ρ≥+σ+|π|
il che significa che l’economicità dell’investimento non è più generalmente indipendente dall’inflazione, e anzi che quanto più è forte la deflazione (in termini assoluti superiore al tasso di interesse reale) tanto più le imprese vengono marginalizzate.
Da un altro punto di vista, il limite i=r+π=0 implica r=-π e cioè, in deflazione,
r=|π|
il che a sua volta significa che il tasso di interesse reale cresce assieme alla maggior deflazione, da cui, attraverso la “condizione di investimento” (reale) ρ≥r+σ, significa di nuovo una progressiva marginalizzazione delle imprese.
Quanto sopra fa pensare che Pietro abbia ragione, che il sistema economico non può funzionare nello stesso modo in fasi di inflazione e deflazione, e più precisamente che oltre un certo grado di deflazione l’economia verrà trascinata in una sequela di fallimenti aziendali (mentre l’inflazione appare imprenditorialmente “neutrale”); il limitato downward risk bancario (i tassi di interesse nominali non possono scendere sotto zero) sta alla base di questa discrasia. Chi è più spregiudicato potrà quindi sostenere che diviene opportuno evitare in ogni modo fasi deflazionistiche, appoggiando quindi politiche inflazionistiche, fino a propugnare addirittura la necessità di politiche inflazionomiche.
Più avanti esporrò le mie idee sulla rilevanza di questi risultati.
31 Responses to “Evitare la Deflazione – Il Dubbio”
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(3 voti, media: 3.33 su 5)
alepuzio Says
tanto più le imprese vengono marginalizzate
Scusa non mi è chiaro cosa intedi con questa frase: io so che la marginalizzazione è un concetto riguardo guadagni e perdite. Nel caso di aziende cosa vuol dire?
Su Liberanimus c’è qui un articolo che invece afferma i vantaggi della deflazione se la cosa può aiutarti nel dubbio…
Nov 26th, 2007 at 5:26 pm
libertyfirst Says
Io per capire quest’argomento c’ho messo mesi, mi sono impantanato senza uscirne, e ho deciso di smettere di scrivere il mio saggione di 100 pagine sull’Economia Austriaca… dell’anno scorso… bah!
Nov 26th, 2007 at 8:24 pm
L.Baggiani Says
@alepuzio: marginalizzate nel senso che vengono messe da parte dal mercato perché la redditività diventa progressivamente insufficiente.
cmq giovedì posto il secondo round per sfatare questo “dubbio”. Grazie per il link; il lavoro su Liberamus è a 360 gradi, io mi limito a valutare il problema, se questo è, che in deflazione la redditività del capitale debba essere competitiva con il valore assoluto della deflazione e che riguardo i tassi di interesse (nominali almeno) esiste una sostanziale asimmetria del rischio.
@liberty: ma tu eri arrivato più o meno qui, giusto?
Nov 27th, 2007 at 9:36 am
Libertyfirst Says
Sì ero arrivato lì. A parte il fatto che definire produttività marginale decrescente Kyy>0 mi ha ftto impazzire di derivate di funzioni composte per dimostrare che equivaleva a Ykk
Nov 27th, 2007 at 12:50 pm
L.Baggiani Says
ahahah sì, non ho sviluppato il passaggio per non appesantire la comunque ridicola parte analitica, contavo che qualcuno mi maledicesse sull’apparentemente controintuivo passaggio (ci ho messo un giorno anche io per accorgermi dell’equivalenza, mica ho copiato qualche testo di micro per fare ’sta roba)
Nov 27th, 2007 at 1:34 pm
Libertyfirst Says
y=f(x)
x=g(y);
g=f^(-1);
x=g(f(x));
Dx = 1 = D(g(f(x))) = g’(f(x))f’(x)
DDx = 0 = DD(g(f(x))) = D(g’(f(x))f’(x)) = g’(f(x))f'’(x) g'’(f(x))f’(x)
Da cui si deduce
g’(y)=1/f’(x)
g’(y)f'’(x)=-g'’(y)f’(x)
E quindi
g'’(y)=-f'’(x)/f’(x)^2
…
Cosa non si fa per l’economia…
Nov 27th, 2007 at 1:55 pm
L.Baggiani Says
veramente io l’ho risolta in modo più semplice
ho trovato (P-V)/Ky giusto? quindi (P-V)/(dk/dY) cioè (P-V)*dY/dK che è una cosa che conosco bene (prodotto marginale in valore), e da questo ho reinterpretato tutto il resto e ho riconosciuto che aveva economicamente senso senza stridere con gli insegnamenti neoclassici.
O giovedì o domani pubblico la seconda parte (senza formule); anche se l’articolo che mi ha segnalato Alepuzio prende le mosse da inflazione come aumento degli aggregati monetari e non come, come uso io, rialzo dei prezzi, si arriva a conclusioni praticamente identiche (non escludo che ho “riscoperto” qualcosa che avevo già letto proprio in quell’articolo a suo tempo, ma tutto buono se si tratta di darti contro eh eh).
Nov 27th, 2007 at 2:24 pm
Libertyfirst Says
Io nel primo commento avevo scritto qualcosa che è rimasto cancellato perchè ho la brutta abitudine di usare i caratteri minore e maggiore che attivano la sintassi HTML e mandano tutto a quel paese…
Comunque.
ROthbard e Hulsmann (punto 1) praticamente affermano:
(1) Se separiamo il prezzo dei beni di consumo da quello dei beni di produzione, possiamo definire il tasso di interesse naturale, altrimenti non è possibile farlo.
(2) Se i prezzi dei beni di consumo scendono insieme a quelli dei beni capitali, i profitti lordi sono sempre possibili.
(3) Questo si allaccia all’argomento secondo cui tesaurizzare non implica alcun effetto necessario sulle scelte consumo/risparmio, essendo possibile tesaurizzare spendendo meno negli uni o negli altri.
Come mettere assieme questi pezzi non ne ho idea. Però un problema possibile della tua formalizzazione è K: la quantità di capitale non può essere definita indipendentemente dall’interesse, quindi il ragionamento che hai fatto può essere viziato dal fatto che confronti situazioni con K incomparabile.
Anche questo argomento, però, fondamentalmente mi sfugge.
Nov 27th, 2007 at 2:52 pm
L.Baggiani Says
Non sono troppo d’accordo; in effetti io massimizzo per Y che è funzione del capitale un profitto d’impresa che dipende dal tasso di interesse… al variare del tasso di interesse quindi varia Y perché il tasso ha effetto attraverso K…
Io posso anche usare K(Y,i) invece che K(Y) ma la cosa è ridondante, e comunque sparisce nel passaggio algebrico finale, perché il risultato stesso, la “condizione di investimento” mi dice che posso investire capitale in relazione sia alla redditività che al costo stesso.
Il risultato è intuitivo (è chiaro che investo capitale finché mi rende più di quanto mi costa, ed è chiaro che più investo più questo margine si riduce, visto che ho ipotizzato rendimenti decrescenti del capitale).
Alle solite, non è che io debba calcolare in base a quella formula quanto capitale investo e quale è la sensibilità al costo del capitale, quei passaggi mi servono solo per una giustificazione formale del rho>=i+sigma, per dire che le considerazioni algebriche successive sono comunque allineate al “buonsenso”.
Nov 27th, 2007 at 4:52 pm
L.Baggiani Says
Per dirla in altri termini, la mia formalizzazione non determina K indipendentemente da i, semplicemente non mette questa relazione sulla porta ma la fa entrare dalla finestra; il ragionamento è molto aderente alla realtà, perché o ragioni in termini di investimento unitario di capitale (vedo K(i) e ragiono al margine), oppure per totali (ho questo K, che mi costa iK e che mi rende PY), e sono solo due punti di vista della stessa cosa.
Nov 27th, 2007 at 4:57 pm
Libertyfirst Says
E il tasso di interesse naturale qual è? Secondo il punto 1 di Hulsmann, questo deriva dal fatto che i beni di produzione sono prezzati a sconto rispetto a quelli a consumo. La differenza tra input e ouptut in termini contabili fornisce il fondo per i profitti lordi. Il ragionamento di Rothbard, da me incomprenso, parte appunto da questa differenza, mentre nel modello tuo c’è un solo livello dei prezzi.
Nov 27th, 2007 at 6:06 pm
L.Baggiani Says
Non capisco il tuo problema.
Io faccio una analisi partendo dal singolo imprenditore; tu sai bene che, facendo riferimento a wicksell (che è quello che lo ha “inventato”), il tasso naturale di interesse è la redditività del capitale, in quanto per MRI=NRI il capitale è remunerato per quello che rende nella produzione, e quindi si equilibra la capacità di spesa con quella di produzione per l’economia (finché NRI è superiore a MRI si può aumentare l’investimento, se ricordi).
Se proprio vuoi cercare NRI nella mia analisi, quello è rho, a cui si deve aggiungere la personale componente di remunerazione della rischiosità.
A volte mi sembra che tu voglia vedere un K(i) a priori… il capitale è capitale, e la sua dipendenza dal tasso di interesse non deriva da una volontà divina ma deriva da un confronto con la propria redditività supposta decrescente (e se non fosse così potresti investire all’infinito, e sai che non è così). Nell’analisi che ho svolto si trova che massimizzare (individualmente) l’utile per la quantità Y è la stessa cosa che confrontare redditività e costo del capitale (il passaggio è saltato dalla AE ma non significa che non sia implicito), andando a trovare che K è decrescente per i, come è logico che sia.
Per quanto riguarda Hulsmann (1), non vedi che io ho distinto il prezzo del bene che vendo P con il prezzo del mio bene di produzione che è appunto il capitale con prezzo i? Mi sembrava che fosse scontato, anche per tutto quello che è stato detto su queste e su altre pagine, che il tasso di interesse è il prezzo di un fattore di produzione.
Nov 28th, 2007 at 9:12 am
prometeo Says
Caro Leonardo,
se vuoi ti maledico io per l’abuso di equazioni
Quando un sistema va oltre il secondo grado conviene passare alle classi polinomiali di Bernstein/Bezièr.
C’è un pezzo interessante sul Mises Institute http://www.mises.org/story/2787 circa la qualità del debito. Seguendo il discorso di Minsky, la rendita del capitale non è rappresentabile sempre alla stessa maniera.
Le aziende che si indebitano fidando sulla rivalutazione degli asset formalmente investono capitale a tasso nominale negativo, o sbaglio?
Nov 28th, 2007 at 11:30 am
L.Baggiani Says
oltre il secondo grado muoio da solo, non preoccuparti; quello che ho fatto è il minimo sindacale.
leggerò il pezzo stasera (l’ho stampato) e ti rispondo.
io spero però che non venga fatta confusione tra i vari modi di parlare della stessa cosa che solo apparentemente descrivono cose diverse.
(ad es.: so che io e liberty pensiamo e diciamo le stesse cose, è solo che ci confondiamo sulla strada e sulla forma di rappresentarle)
Nov 28th, 2007 at 12:29 pm
Leonardo Says
@Prometeo
da parte mia sono piuttosto d’accordo con quanto si capisce dell’idea di Shostak (e già questo dice tutto, visto che io non sopporto Shostak): il lavoro di Minsky è un modello-bufala tagliato su misura per la situazione attuale, al più descrittivo ma senza valore analitico; perciò non credo valga la pena di “valutare” alcune parti del suo discorso.
Comunque un’azienda che fa quel che tu dici non è una azienda ma solo uno speculatore che confida in una inflazione ben superiore al tasso di interesse nominale (così il valore finale ripaga il costo-opportunità o il finanziamento all’uopo); casomai spera in un tasso di interesse reale negativo. Ma nemmeno questo è vero, perché lo speculatore non guarda l’indice dei prezzi, ma il solo singolo prezzo del singolo bene su cui specula.
Nov 29th, 2007 at 9:21 am
broncobilly Says
Interessante l’ argomento anche se non credo di aver capito tutto.
“…i tassi di interesse nominali hanno però un limite inferiore: non possono essere negativi…”
Penso che questa asimmetria sia compensata dal fatto che nessun prezzo puo’ essere negativo.
Ovvero, anche il tasso deflazionistico ha un limite.
Mentre quello inflazionistico puo’ essere anche del 300% nell’ unità di tempo, quello deflazionistico non puo’ mai eccedere il 100%.
Non potendo eccedere il 99% è sempre possibile, con una speculazione infallibile, aggiustare R e i in modo da rendere la deflazione neutrale.
Per cogliere la compensazione nel modellino il tasso d’ inflazione andrebbe introdotto come fattore (1 p) e non come addendo (p). A quel punto sarebbe chiaro che espressioni come R(1 Rp) non potranno mai essere negative se p è inferiore al 100%.
Se questo è vero allora la deflazione in un sistema economico è solo un problema di coordinamento e di speculazione infallibile. ciao-
Apr 10th, 2008 at 9:40 am
Leonardo Says
Non credo sai? E’ un po’ come il paradosso di Zenone della lepre che non arriva mai alla meta. Anzitutto il problema non è il 100% di deflazione (vorrebbe dire che siamo tutti morti), ma ad esempio un 10%. Di anno in anno si può avere un 10% di deflazione, perché semplicemente è un -10% rispetto al prezzo dell’anno precedente (da 100 a 90, da 90 a 81, da 81 a 72,9 ecc.), quindi una progressione geometrica che tende a zero solo se gli anni vanno all’infinito; insomma, i prezzi non saranno mai negativi ma la deflazione è persistente. Il problema non sono i prezzi in livello assoluto, ma il rapporto tra il costo del tempo (il tasso di interesse) e il guadagno dell’attesa (la deflazione).
Apr 10th, 2008 at 10:12 am
broncobilly Says
Non credo di aver capito del tutto.
Ammettiamo che la deflazione sia del 10%. Posso tenerne conto diminuendo anche il tasso nominale della stessa percentuale.
L’ anno dopo, qualora la deflazione prosegua, farò la medesima operazione.
Posso farla all’ infinito, anche con deflazioni che persistono per lunghissimo tempo.
Non capisco perchè mai dovrebbe essere rilevante il fatto che “il tasso nominale non possa essere negativo”.
Infatti, togliendo ogni anno al tasso nominale una percentuale di se stesso non incontrerò mai l’ esigenza di avere tassi nominali negativi per mantenere l’ equilibrio. Nemmeno nel lunghissimo periodo.
L’ asimmetria tra deflazione e inflazione sta piuttosto nell’ esigenza di coordinare il sistema per raggiungere i nuovi equilibri.
Nel caso inflazionistico chi si adegua per primo ci guadagna e c’ è un forte incentivo affinchè tutto il sistema si muova rapidamente verso il nuovo equilibrio.
Nel caso deflazionistico chi fa il primo passo - abbassando i prezzi - è perduto, o potrebbe esserlo.
Ecco allora che tutti aspettano fino alla soglia del fallimento. E poi aspettano ancora. E poi magari falliscono in massa in questa snervante attesa del “prima tu, no prima tu…”. L’ esigenza di una Banca centrale che guidi il processo di deflazione muovendo verso il basso un prezzo molto particolare come il tasso d’ interesse, nasce da lì. Altrimenti si potrebbe farne anche a meno. D’ altronde l’ ha insegnato Coase: solo i costi di transazione (coordinamento) fanno fallire il mercato.
P.S. nella mia riformulazione al post precedente è saltato il segno “più”. Vabbè, spero si sia capito ugualmente.
Apr 10th, 2008 at 4:53 pm
Leonardo Says
Forse ho capito il malinteso
scrivere i=r p è una semplificazione dovuta al fatto che log(1 x) è circa uguale a x per x “piccoli”.
l’equazione di Fischer ci dice che (1 i)=(1 r)(1 p), quindi quando deflazioni agisci sul fattore di capitalizzazione nominale (1 i) e non sul solo i, quindi (1 r)=(i i)/(1 p) [cioè non r=1(1 p)come mi pare tu assuma].
Pertanto p negativo maggiore in valore assoluto di r implica i negativo, il che non può realisticamente essere, e da questo deriva quanto nell’articolo.
Apr 10th, 2008 at 5:35 pm
libertyfirst Says
Occorre ragionare in termini reali.
Siccome le preferenze temporali sono positive, la gente risparmiare 100 cotechini oggi per averne ad esempio 105 domani. Ciò implica un tasso di interesse reale del 5%.
Ma se il cotechino costa 1€ oggi e tra un anno .9€, passare da 100 cotechini oggi a 105 tra un anno implica dar via 100€ oggi per averne 95€ tra un anno.
Siccome nessuno è così folle, essendo il tasso nominale il -5%, un tale investimento non avverrà mai.
Detto in termini tecnici: aggiungere all’interesse reale l’inflazione è ciò che serve dal punto di vista nominale per rendere neutrale la variazione dei prezzi. Se c’è una moderata deflazione il tasso di interesse nominale scende senza problemi: se il cotechino tra un anno varrà .99€, investire 100€ darà 104€ tra un anno, cioè 105 cotechini, e il tasso reale rimane il 5%.
Ma se la deflazione supera il tasso reale tale ragionamento non si applica, quindi la deflazione agisce come un pavimento ai prezzi e funziona esattamente come il fissare i prezzi da parte delle autorità.
Tale problema è irrilevante quando la diminuzione dei prezzi è dovuta ad un maggiore prodotto, perchè l’aumento del prodotto si accompagna ad un’aumentato tasso reale.
E’ irrilevante quando aumenta la domanda di moneta se questo aumento è relativamente contenuto.
Diventa rilevante in un solo caso: quando il sistema a riserva frazionale crolla e l’offerta di moneta diminuisce del 50, del 70 o del 99%… allora ci sarà il totale blocco degli investimenti… finchè non si ristabilisce l’equilibrio.
Se poi oltre a crollare M diminuisce pure la velocità di circolazione, cioè la domanda di moneta aumenta, le cose sono ancora peggiori, ma questa è una cosa temporanea legata al terrore nei primi moemnti della crisi.
In poche parole: mentre l’inflazione e una moderata deflazione possono essere neutralizzate agendo sui tassi nominali, e quindi hanno effetti reali solo (al prim’ordine, tralasciando tutte le complicazioni di Cantillon e Wicksell) se non anticipate dagli investitori, la deflazione ha effetto anche se perfettamente anticipata.
PS Si noti che l’effetto Cantillon e l’effetto Wicksell hanno effetti reali anche in caso di aspettative razionali e onniscienza da parte degli investitori, come afferma l’ABC-T.
Apr 10th, 2008 at 6:55 pm
broncobilly Says
Carissimo IHC, innanzitutto ti ringrazio per le pazienti risposte. Probabilmente sto imparando cose nuove e altre ne imparerò dall’ultimo messaggio di LF che non ho ancora letto.
Non capisco ancora bene se l’ affare è troppo incasinato o troppo semplice. Sai com’ è, io non maneggio tanto di frequente l’ “equazione di Fischer”…dopo l’ Università l’ ho un po’ abbandonata.
Andandola a riprendere però mi sembra di semplice e puro buon senso:
tassi nominali (i) = tassi reali (R) aspettative d’inflazione (p)
Ora mi sia consentito di procedere con un esempio, nei formalismi rischio di perdermi, specie perchè non riesco nemmeno a digitare i segni “più” e “meno”.
1) Viviamo in un mondo senza inflazione e io voglio prestare del denaro alla tua azienda (non sia mai che si marginalizzi).
2) Il compenso che chiedo è di 5 centesimi dopo un anno ogni lira prestata. A te va bene. Che bello il mercato.
3) Poichè non esiste inflazione quel 0.05 lire all’ anno per ogni lira prestata equivale a r (tasso reale).
4) Dobbiamo andare dal notaio a firmare il contratto. Lì sopra dobbiamo scriverci un tasso nominale (i). Nessun problema, in assenza di inflazione i=r. Quindi scriviamo i nostri 5 centesimi per ogni lira.
5) Cambiamo scenario. Ammettiamo che, prima di recarci dal notaio, da informazioni sicure raccolte, io, te e tutti gli operatori razionali, veniamo a sapere che l’ inflazione tra un anno sarà del 10%. Le cause poco importano, lo sappiamo tutti con sicurezza e tanto basta.
6) Io, che sono un tipo razionale, noto subito che dal notaio dovrò scriverci un numeretto diverso dai famosi 5 centesimi ogni lira. Il tasso nominale ora deve cambiare.
7) Fortunatamente ho la mia formuletta e posso trasformarlo all’ uopo. Dunque, ora dopo un anno vorrò i miei 5 centesimi più una maggiorazione del 10%, ovvero una maggiorazione pari a 0.05*0.1=0.005. Dopo un anno vorrò insomma 0.055 centesimi per ogni lira prestata. Tu troverai tutto questo molto razionale e concorderai.
8) Notare la semplicissima formula adottata per passare da 0.05 (r) a 0.0055(i), i = r(1 più p), ovvero 0.0055=0.05(1più0.05*0.1)
9) Certo che se avessi adottato la formula i = (r più p), ovvero 0.05 più 0.1 = 0.15…tu mi avresti rincorso con il fucile, altro che notaio e strette di mano.
10) E’ una fortuna che la formula per trovare l’ “i” da scrivere sul contratto sia di questo tipo, ovvero i = r(1 più p), perchè questo significa che il famoso “i” esisterà sempre, anche in tempi di inflazione galoppante, anche in tempi di deflazione fortissima e prolungatissima nel tempo.
11) Anche in tempi di deflazione fortissima e prolungatissima nel tempo noi ogni anno ci presenteremo dal notaio a rinnovare il finanziamento con piena soddisfazione reciproca, avremo sempre un i da scrivere sul contratto. r è sempre positivo, (1 più p) è sempre positivo (per quanto negativo possa essere p), quindi l’ “i” che ci occorre è sempre positivo ed esiste sempre. La tua impresa puo’ dormire sonno tranquilli, avrà sempre il suo finanziamento e non verrà mai marginalizzata.
12) Se questa è la conclusione allora ho commesso un errore da qualche parte. Nel caso tu voglia rispondermi ti pregherei di indicarmi il passo dubbio, magari evitando per il momento i formalismi. Un motivo concreto per cui, fermo restando la nostra perfetta razionalità e la nostra perfetta informazione, non dovremmo rinnovare annualmente il nostro contratto.
ciao
Apr 11th, 2008 at 7:29 am
broncobilly Says
Cavoli ho sbagliato un conticino al punto 8. La correzione è immediata ma preferisco esplicitarla. Scrivevo
8) Notare la semplicissima formula adottata per passare da 0.05 (r) a 0.0055(i), i = r(1 più p), ovvero 0.0055=0.05(1più0.05*0.1)
Naturalmente dopo l’ “ovvero” ci va 0.0055=0.05(1 più 0.1) - grazie
Apr 11th, 2008 at 7:35 am
Leonardo Says
Ferma i lavori!
Quando contempli il recupero dell’inflazione, non ti soffermi a pensare solo al recupero sull’interesse, ma anche sulla somma prestata che verosimilmente dopo un anno dovrai restituirmi insieme all’interesse, cioè rivaluti con (1 p) non il solo r ma anche il singolo euro su cui r è maturato, cioè su (1 r).
Il punto 7) è fallato. ora ti torna?
Apr 11th, 2008 at 10:20 am
Leonardo Says
stramaledetto sito che mangia i più
senti, casomai mandami una mail e ti ripeto tutto, compreso la formula di Fischer che se vedi come nasce è una banalità da capire.
Apr 11th, 2008 at 10:21 am
broncobilly Says
Ok, adesso è tutto chiaro. Grazie.
Apr 11th, 2008 at 11:50 am
broncobilly Says
In effetti non avevo considerato che il prodotto (1 più r)*(1 più p) puo’ essere anche compreso tra zero e uno.
Vabbè, mi sono un po’ sgranchito e te ne ringrazio. Si vede che non viviamo in tempi di alta inflazione (o deflazione) e certe operanzioncine anche banali non le abbiamo istintivamente nella testa.
Ad ogni modo ho l’ impressione che l’ asimmetria infla/defla sia neutralizzata da altri fattori.
La quantità di moneta puo’ essere creata senza limiti (Mugabe ne sa qualcosa). In teoria possaimo immaginare dunque un’ inflazione senza limiti.
D’ altro canto MV non puo’ contrarsi indefinitivamente visto che dei consumi ci saranno sempre. Esiste dunque un “pavimento”.
Così l’ aspettativa deflazionistica, contrariamente a quella inflazionistica, è destinata a terminare e il mercato dei capitali a riprendersi. Lo stesso dicasi se la deflazione fosse causata da uno schock tecnologico positivo.
In casi estremi (ma qui parliamo di deflazioni galoppanti, quindi di casi estremi) la marginalizzazione potrebbe essere positiva. Se la deflazione sgonfia una bolla è giusto fare piazza pulita. Se la deflazione deriva da un potentissimo schock tecnologico positivo, è giusto marginalizzare al fine di reindirizzare gli investimenti sulle nuove tecnologie.
Poi ci sono gli esperimenti mentali.
Immagino un banchiere centrale sadico che si diverta a tagliare ogni anno metà della base monetaria (puo’ farlo all’ infinito).
Siccome MV=PQ (ricordi scolastici), se al taglio corrisponde una deflazione, nessun problema visto che a noi interessa solo Q.
Se invece cal Q perchè si realizzano dei fallimenti, ci sarà modo di investire visto che cesseranno anche le aspettative deflazionistiche.
Apr 11th, 2008 at 3:18 pm
Leonardo Says
Bene, adesso leggiti il post successivo che discute sul fatto se il problema della marginalizzazione via deflazione sia significativo o sia “un falso problema”… e stupisciti.
Apr 11th, 2008 at 4:23 pm
broncobilly Says
Ormai questa è l’ ora dei pensierini sulla moneta.
Capitato qui con un link, forse mi sono perso qualche puntata. Rintraccerò l’ altro post, anche se ormai penso di sapere cosa trovarci.
Certo che negli esperimenti mentali un Mugabe deflazionista potrebbe fare danni maggiori rispetto ad un Mugabe inflazionista. In quei casi l’ asimmetria sarebbe rilevante.
Ammettiamo che il Mugabe deflazionista tagli opportunamente M ogni anno in modo da produrre lo stallo degli investimenti.
Tagliato M, crolla P e V raggiunge il suo minimo. Senza investimenti crolla anche Q. Questa posizione potrebbe essere d’ equilibrio in quanto il Mugabe/Zenone sarebbe in grado di produrre aspettativa deflazionistiche costanti nel tempo.
Ecco che una regola fissa e trasparente della Banca Mugabiana riesce a far collassare un sistema di operatori economici razionali e perfettamente informati.
Tutto cio’ però ha poco a che fare con il “libero mercato”. Sul libero mercato i beni sono in concorrenza, comprese le monete.
Se un affare redditizio è impedito dalla qualità della moneta a disposizione esistono tutti gli incentivi affinchè altre monete diventino concorrenziali. Se l’ affare non si puo’ concludere con M1, si concluderà quanto prima con M2.
Certo che l’ utilitarista, il quale in altre occasioni concede molto al mercato, potrebbe pur sempre privilegiare una buona Banca Centrale (non mugabiana) rispetto alla concorrenza di un bene/rete come la moneta. Ma questo è il solito discorso relativo ai fallimenti di mercato.
Apr 12th, 2008 at 7:00 am
Leonardo Says
Si chiama “evitare l’inflazione - un falso problema” ed è la chiusura di questo che fa da prologo. Lì potrai confrontare le tue idee con le mie (sì insomma, anche di qualcun’altro) e vedere quanto possano discostarsi o meno.
E aspetto i tuoi commenti in merito
Apr 12th, 2008 at 4:52 pm
Tommaso Says
Delle obiezioni: non è vero che l’inflazione non influisca nelle scelte di investimento. Il saggio di rendimento (rho) incorpora aspettative in quanto tiene presente il fatturato atteso e le righe sottostanti del conto economico.
Che poi la deflazione si accompagni a dei down-turn è notorio. Uno perché il tasso reale schizza come non mai, deprimendo gli investimenti. Due perché può essere la conseguenza di una stretta fiscale e monetaria, che raffreddando la domanda aggegata, teoricamente spingono in basso i prezzi.
Sep 2nd, 2008 at 4:07 pm