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Esterofobia: Fuga dal Trade Balance

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April 29th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC


Mettiamo che ci sia un ipotetico Stato chiamato Nica che per anni registra un elevato surplus nel commercio con l’estero. A causa di ciò da una parte deve sottostare agli attacchi politici di altri Paesi, come un ipotetico Maceria, che sono suoi debitori netti, e dall’altra vive con il timore che un crollo complessivo dei partner commerciali trascini con sé l’export e quindi la sua stessa economia.

Un giorno il suo primo ministro si sveglia e dice “ora si cambia: la nostra economia deve essere demand-driven e non più export-driven!”. Tale proclama ha senso?


La prima domanda da porsi è: perché Nica ha questo continuo surplus commerciale verso Maceria? Le alternative principali sono due: o i suoi abitanti risparmiano moltissimo, o gli abitanti di Maceria consumano tantissimo. Entrambe le spiegazioni poggiano sulla contabilità nazionale, le cui equazioni (o identità) ho già ricordato in un pezzo del 2007 e dicono che qualsiasi posizione creditoria/debitoria netta nei conti con l’estero è un riflesso del proprio status di risparmiatore/consumatore netto. In altre parole può essere che Nica esporti tanto perché gli abitanti consumano poco, costringendo i produttori a far scendere i prezzi così che, a parità di tasso di cambio, si crei un vantaggio sui prodotti esteri stimolando l’export (il mancato consumo interno “costringe” all’export). Ma può essere anche che gli abitanti di Maceria esprimano una domanda insostenibile dalle imprese domestiche, così che la pressione sui prezzi rende le produzioni estere di Nica più appetibili, stimolando così l’import (il mancato risparmio di Maceria la “costringe” all’import). Prima l’uovo Nica o la gallina Maceria? Il punto è essenziale, perché se il problema “conti con l’estero” nasce da Maceria, Nica non può fare molto.

Può esserci anche un possibile problema di tasso di cambio: Nica può acquistare la valuta di Maceria, magari finanziandone il debito, tenendo così il cambio tanto basso da stimolare il proprio export. Magari è Maceria che ha bisogno di venir finanziata per poter mantenere il suo elevato consumo (specialmente pubblico). Ma la pressione sulle merci dovrebbe spingere su i prezzi e “aggirare” la fissità del tasso di cambio (quindi il problema sarebbe insussistente), a meno che Nica non continui a trovare nuovi lavoratori per incrementare continuamente la propria offerta (quindi il cambio potrebbe addirittura essere “coerente”); in ogni caso il perdurare dello squilibrio affonda sempre e comunque nel grado di risparmio netto dei due Paesi.


Ricordo che il PIL deriva dalla produzione di beni di consumo (C), beni di investimento (I), spesa pubblica (G) e esportazioni (X), cioè:

  1. PIL=C+I+G+X

Ricordo poi che il PIL viene risparmiato (S) o speso in consumo (C), tasse (T), o import (M), cioè:

  1. PIL=C+S+T+M

Dalla 2) segue che C=Y-S-T-M. Inserendo questo nella 1) si ottiene:

  1. PIL=PIL+TB+D-(S-I)

dove TB è il Trade Balance (X-M), e D il deficit pubblico (G-T). Anche per la discussione svolta nel pezzo richiamato più sopra, sappiamo che TB=(S-I)-D, quindi tutto quello che smuove i conti con l’estero (risparmio privato e risparmio pubblico) incide sulla composizione del PIL, non sul suo livello (tralascio problematiche di lungo periodo appannaggio del business cycle austriaco). In base alla 3) cosa potrebbe fare questo Paese per ridurre la dipendenza della propria crescita dall’estero?

Anzitutto non serve a nulla agire direttamente sul livello di consumo, perché non entra nella determinazione di TB; l’azione sul consumo ha valore solo nei termini in cui agisce sul livello assoluto di risparmio privato. Si potrebbe però pensare che sia il consumo che il risparmio privati non siano manovrabili centralmente in modo diretto. Sempre non facile è agire direttamente spingendo gli investimenti privati (se un imprenditore né crea né amplia un’impresa non lo si può costringere; allettarlo con incentivi non è investimento privato, ma spesa pubblica). È più facile invece operare aumentando direttamente la spesa pubblica in modo che il conseguente deficit surclassi il risparmio privato (in questo senso, come dice Wolf, il risparmio complessivo è una variabile politica).

Problema risolto? Non credo: ampliare il deficit di Nica crea pressioni sui tassi di interesse con conseguente spiazzamento degli investimenti e addirittura un possibile stimolo ulteriore ai risparmi privati. È necessaria quindi anche una politica monetaria accomodante. In quest’ultimo caso si creano pressioni sui prezzi che possono mitigare la dinamica dei tassi di interesse reali e probabilmente ridurli (una politica monetaria espansiva già fa scendere i tassi di interesse nominali), contribuendo quindi alla contrazione del risparmio netto e con esso del TB. Se lo spiazzamento iniziale non fosse completo si avrebbero comunque pressioni sui prezzi, il che potrebbe scaricarsi sui tassi di interesse nominali in modo anche perverso rispetto agli obiettivi finali su TB. Ma una politica monetaria espansiva eserciterebbe anche pressioni al ribasso sul tasso di cambio, e questo perversamente stimolerebbe l’export impedendo il rientro di TB, per cui Nica deve anche cessare di finanziare Maceria (e forse questa non sarebbe d’accordo) oppure Maceria deve realizzare una politica monetaria ancora più espansiva indebolendo in misura maggiore la propria moneta, con il rischio di stimolare tanto la propria domanda da “costringerlo” di nuovo ad importare da Nica! In altre parole esiste la soluzione per Nica passa per deficit pubblico e inflazionismo, sperando che il maggior inflazionismo di Maceria alla fine non remi contro.


Un altro ordine di problemi interni sono le ragioni del risparmio: esiste certamente una componente di risparmio precauzionale legato alle scarse prospettive di assistenza statale. Tale problema potrebbe venir risolto con una profonda socialistizzazione dei consumi, per cui tutto ciò che può venir chiesto dai cittadini viene fornito direttamente dallo Stato che acquista beni e servizi all’uopo sul mercato domestico; questo elimina l’esigenza di risparmio precauzionale, perché si è già “assicurati” dallo Stato, e incentiva il consumo riducendo TB; ma è una soluzione inefficiente perché un criterio politico di spesa (che esclude a priori l’import) viola lo sfruttamento dei vantaggi comparati, quindi indebolisce l’economia (non solo quella domestica). Ma potrebbe anche essere inefficace, visto che pensare di pianificare tutto si è già rivelato impossibile.

La cosa buffa è che uno spietato sistema capitalistico potrebbe creare da sé una soluzione più efficace ed efficiente: quanto più cresce e permane il surplus commerciale di Nica, tanto maggiori saranno le pressioni sui fattori produttivi capitale e lavoro e quindi la relativa remunerazione In altri termini gli stipendi dovranno salire e con questi la domanda interna (e quindi i prezzi) finché la produzione non verrà distolta dall’export per diventare consumo domestico. L’effetto netto sugli investimenti potrebbe però essere dubbio, perché incerto è l’effetto sui tassi di interesse reali, ma dall’altra parte se i tassi reali scendono si creano spinte negative sul risparmio privato e quindi positive sui consumi. Il sistema economico, risvegliato dall’export, potrebbe in via naturale convertirsi in un sistema demand-driven per una propria egoistica ricerca di più elevati standard di vita e senza entità statali benevolenti.

Però resta “l’ombra di Maceria”. Se il positivo TB di Nica discende unicamente dalla volontà di spesa di Maceria (in termini austriaci: una politica monetaria costantemente troppo lasca deprime i tassi e crea mezzi di pagamento, quindi si consuma troppo, il risparmio non copre gli investimenti, e la domanda è costretta a venir soddisfatta attraverso le importazioni), può essere inutile per Nica tentare di trasformare la propria economia da export-driven a demand-driven (specialmente se Nica avesse la possibilità di incrementare continuamente la propria produzione ad esempio grazie a un qualche “serbatoio” di lavoratori cui attingere continuamente) perché la domanda estera continuerebbe a rigenerarsi (e la produttività interna conterrebbe gli effetti sui prezzi) e Maceria continuerebbe a chiedere denaro estero per finanziarsi (specialmente in caso di rilevante deficit pubblico).

Capire con precisione se è arrivato prima l’uovo o la gallina è determinante, in questa intricata problematica, per capire chi può fare cosa.

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3 Responses to “Esterofobia: Fuga dal Trade Balance”

  1. 1

    libertyfirst Says

    Ho un dubbio sulla fonte dei risparmi cinesi.

    L’Economist “I cinesi risparmiano perché non hanno uno stato sociale”.

    Poi O’Driscoll su Think Markets dice: “Il risparmio cinese è dato dai retained earnings delle società pubbliche, i cinesi sono grandi consumatori”.

    Infine Vox.eu pubblica un paper dove si dice “Le imprese cinesi risparmiano perché il sistema finanziario cinese è inefficiente e quindi ricorrono ai retained earnings, parcheggiati in Treasuries USA. Le aziende pubbliche pesano sempre di meno nell’economia.”

    Insomma, non ce sto a capi’ ‘na Mazda, anzi una Chery.

  2. 2

    Leonardo,IHC Says

    in aggregato però risparmiano…

  1. 1

    Accusa a Cina e Germania: Esportate Troppo! - Risposta: Comprate Meno! at Ideas Have Consequences

    […] Qualche articolo fa ho illustrato la posizione commerciale di due fantasiosi Paesi, Nica e Maceria. Chi non l’ha fatto, anagrammi quei nomi e troverà Cina e America. Volevo illustrare la mia idea sui deficit gemelli USA, sulla fandonia di una Cina risparmiatrice al solo fine di prender per il collo gli USA, e dare una risposta al pezzo di Pietro Monsurrò su Chicago Blog riguardante la volontà di Hu Jintao di trasformare l’economia cinese da export-driven a demand-driven. La conclusione è che, derivando il saldo della bilancia commerciale da squilibri interni tra risparmio netto e investimenti, solo la politica fiscale può essere efficace sempre che non crei piazzamento privato, ma il grosso del problema sta nell’eccesso di deficit del Paese importatore (USA, nel caso) che finché non si decide a ritirare la spesa alimenterà l’export del partner (Cina, nel caso). […]

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