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Draghi Dixit: gli USA

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June 6th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
Con il presente articolo spero di avviare una serie di contributi che scavino dentro la Relazione Annuale della Banca d’Italia, alla ricerca di quanto di particolarmente interessante sia stato detto, omesso, o sottinteso dal Governatore. Da parte mia voglio iniziare dalle Considerazioni Finali, e per il (spero solamente) primo contributo mi soffermo a quanto riportato alle pagine n.5 e n.6 delle Considerazioni.
 
Partiamo dall’ipotesi che i dati presi come base della Relazioni Annuale della Banca d’Italia per l’esercizio 2006 siano veritieri, e poniamo che le conclusioni che sono state tratte dal Governatore Mario Draghi siano sincere ed oneste. Dato questo per alcuni immane sforzo di immaginazione o folle fiducia nelle truffaldine istituzioni, cosa ci racconta il Governatore nelle sue Considerazioni Finali?

In 21 pagine il Governatore tocca alcuni temi, alcuni in modo più approfondito, altri in modo “veloce” se non generico o reticente, magari buttando lì una singola frase che lascia molto di sottinteso. Non intendo riassumere le Considerazioni Finali, ma esporre qualche riflessione su una parte di ciò che lo stesso Draghi (a mio giudizio, per quanto si sottolinei da più parti l’indipendenza delle Banche Centrali, comunque organico all’apparato statale in queste sedi ampiamente criticato) ammette; come dire “nell’ipotesi che pure trucchino i dati, vediamo cosa non possono nascondere”.
 
Con tutte le riserve sui metodi di rilevazione, Draghi ci dice che il mondo è cresciuto ad un tasso del 5,4%, ai massimi da trent’anni. Draghi non ci dice quanto questo sia un risultato drogato dalla liquidità in espansione e quanto l’effetto di un più ampio commercio internazionale o di positivi shock tecnologici, però ci avverte che questo è il risultato netto di una crescita dell’Asia rispetto al rallentamento degli USA. Draghi dice implicatmente anche ben altro quando interpreta il deficit estero USA (6,5% del PIL) come effetto dell’avanzo asiatico: l’Asia produce più di quanto consuma (soprattutto in termini di manifattura e materie prime) quindi crea un risparmio che in modo naturale va a finanziare il debito USA (“negli Stati Uniti il disavanzo con l’estero […] contropartita di crescenti avanzi della Cina e di altri […] sino ad oggi è stato finanziato agevolmente”) e probabilmente è una con-causa del suo stesso debito estero. Ergo, gli USA consumano più di quel che producono, e stanno rallentato a 10 anni dall’inizio della moderna età dell’oro… Questo mi pare coerente con un declino “dell’Impero USA” legato alla natura “consumistica” dello Stato che spiazza gli investimenti privati e disallinea gli investimenti generali dal risparmio; casomai c’è da chiedersi chi ha voluto la Cina nel WTO perché diventasse l’officina dell’occidente e che bisogno ce ne fosse con Stati occidentali così abili nella pianificazione industriale… Be’ forse qualcuno si era accorto che la distorsione verso il consumo operata dalla Stato, se sostenuta da politiche monetarie di tassi ridotti, ha disallineato domanda e offerta con un perfetto meccanismo misesiano?
 
Va bene tutto, ma perché questa riorganizzazione dei flussi di capitali a livello mondiale dovrebbe preoccuparci? In fondo chi ha una matrice liberista è fiducioso nel fatto che il mercato organizzi il capitale nel modo migliore. È Draghi che ci dà in modo subdolo una risposta, dichiarando che il finanziamento del debito estero è stato finora agevole ma sale la quota di investitori pubblici. Quel “ma” per me è significativo, sottintende che non è “buono” questo crescente intervento delle autorità, ma perché? Perché, come un occhio liberalista avrà già notato, non è il mercato che versa consapevolmente e razionalmente (in termini di consapevolezza economica) denaro nelle casse (sfondatee) USA, bensì sono i Governi! Il sostegno agli USA ha fondamenti politici, non di opportunità economica, e quindi per rapida deduzione non necessariamente (anzi, per nulla) ottimale per nessuno. Se interviene lo Stato è perché i privati stanno smettendo di dar soldi agli USA, e “forzare” così il capitale significa impiegarlo nel finanziare il consumo USA e non la produzione altrove. Si possono aprire scenari di collusione internazionale oppure di ricatti a danno degli USA (“ti finanziamo ma tu importi la nostra merce” come già l’Economist e qualcuno al FMI sosteneva), ma questo va oltre la Relazione.
 
Draghi qualcosa ci ha detto. Riprendendo una mia metafora, la Cina ha costruito per gli USA una impalcatura da cui questi possano più agevolmente scavarsi una fossa più profonda; dobbiamo solo vedere chi dà la spinta.
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7 Responses to “Draghi Dixit: gli USA”

  1. 1

    libertyfirst Says

    Clap!

    Chi ha voluto la Cina nel WTO? Raison d’etat… senza le riforme Reagan e il boom degli anni ‘80 e ‘90 lo stato social-militare sarebbe già crollato.

    Meglio farlo crollare tra 50 anni, portandosi tutto il mondo dietro come Sansone con i filistei. :-D

  2. 2

    Paolo Says

    La mia unica obiezione e’ che non credo che crollera’ tra 50 anni. Io sono privilegiato, non ho debiti e un buono stipendio, ma non avro’ la pensione, e mio figlio non ricevera’ nemmeno un centesimo da me per comprare la sua prima casa… La maggior parte dei miei amici non risparmiano nemmeno un centesimo e sono affogati nei debiti per i prossimi 35 anni, il che li rende “leggermente” vulnerabili in caso anche di microscopiche oscillazioni repentine del costo della vita. Ho paura che al primo scossone… andremo incontro alla guerra civile.

  3. 3

    libertyfirst Says

    La capacità americana di offrire sbocco a investimenti esteri, generare innovazione e riadattarsi è mille volte superiore di quella italiana. Stanno peggio sul piano finanziario, ma finchè la Cina avrà bisogno della domanda USA per crescere, e il Giappone avrà bisogno degli USA per difendersi dalla Cina, la redde rationem finanziaria può essere posticipata con più debito, più malinvestment, più espansione creditizia, più proletarizzazione e deindustrializzazione.

    Certo, aumenta pure la sensibilità al rischio, ma il rischio pure può essere preso in prestito e il suo “pagamento” procrastinato finchè iperinflazione consente.

    50 anni sono forse troppi, ma la Cina avrà almeno bisogno di 20 anni per rendersi economicamente “autonoma” dal consumatore americano. E almeno per i prossimi 20-30 anni gli USA saranno la prima potenza militare mondiale, e l’unica potenza egemone su scala globale.

  4. 4

    paolo Says

    Quando la Cina si renderà autonoma dal consumatore americano avrà dei tassi di crescita “umani” immagino… Ma che dire del consumo europeo? Potrebbe la richiesta di prodotti del vecchio continente spostare l’agente di crescita per la Cina dall’USA all’UE? Questo accelerebbe il collasso del $.

    Gli USA saranno la prima potenza militare ma per quale tipo di guerre? Come giustamente dicevi anche tu, le guerre di oggi non sono più quelle di una volta… i morti in 4 anni di Iraq sono nemmeno l’1% dei morti in 4 anni WW2. E se gli USA fossero la prima potenza mondiale solo in guerre mediatiche? E se invece ci fosse una potenza come la Cina che fosse in grado di affrontare guerre all’antica? Mandando a morire milioni di soldati come si faceva una volta?

  5. 5

    libertyfirst Says

    La Cina militarmente avrà seri problemi per via della politica demografica. Su 1.3 giga-cinesi, pare che gli uomini non siano .65 giga ma .75 giga, cioè, la politica di Mao ha condannato 200 megacinesi ad una vita onanistica (rimane come alternativa la poliandria). L’età media della popolazione è elevata per un paese del Terzo Mondo, e la cosa continuerà a peggiorare.

    Militarmente parlando, gli USA sono imbattibili in guerre convenzionali, come hanno dimostrato sbaragliando l’intero esercito iraqeno in 21 giorni. Ma il nation building che volevano fare in Iraq non è questione di forza militare, ma un’impossibilità pratica.

  6. 6

    Paolo Says

    Just as a side note, have a look here.

  7. 7

    L.Baggiani Says

    tell us something new, dear friend :)

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