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Dal Malinvestment al Malconsumption

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December 3rd, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, IHC
 
Partendo da una serie di riflessioni di LibertyFirst mirate a “studiare” e “risolvere” situazioni che lui, chiaramente cercando un confronto con le idee keynesiane, definisce come “trappola della liquidità”, mi si è formato un percorso di ragionamenti che ho preferito suddividere in tre articoli a partire dal presente (i successivi “Guidare il Malconsumption: un Aiuto nella Crisi?” e “La Trappola della Liquidità: Troppo Improbabile per Essere una Scusa”, verranno pubblicati nelle prossime settimane), cercando anche di renderli quanto più autonomi possibile. LibertyFirst, grazie di esistere.
 
LibertyFirst (LF) dice sempre un mucchio di cose interessanti, a volte en passant in seno ad analisi su altri fatti. Ad esempio, parlando in privato della ipotetica situazione di un’economia stagnante con tassi di interesse ormai a zero, mi ha sparato asciutto che “nei limiti in cui l’indebitamento al consumo non dipende dai minori tassi, ma dalla stima di futuri aumenti di reddito, anche il credito al consumo è in parte l’effetto del malinvestment”. Il ragionamento fila, e fila perché in fondo si tratta di sbirciare in una piega della teoria del Business Cycle e ingrandire un dettaglio; essendo io un amateur delle teorie di Mises più che un vero austrofilo, non sono sicuro che questo aspetto della faccenda sia stato adeguatamente esploso, e nel dubbio propongo comunque alcune mie riflessioni.

 
Il ragionamento di LF è lineare e limpido: politiche monetarie espansive creano spinte sugli investimenti; i maggiori investimenti implicano maggior occupazione; una maggior occupazione comporta più alte aspettative di reddito; aspettative di maggiori redditi significa maggior (supposta) capacità di indebitamento, e da qui segue un boom del credito al consumo. Essendo i maggiori investimenti basati su un capitale monetario inconsistente realmente (fiat money), questi vengono definiti Malinvestment; appunto LF conclude che il boom di credito al consumo, che io chiamerei Malconsumption, è effetto del Malinvestment. Questo ragionamento dichiaratamente trascura la parte di consumo (a debito) stimolata direttamente da più bassi tassi di interesse (ipotesi funzionale al vero oggetto di analisi del suo articolo), che nel caso sarebbe effetto diretto della politica monetaria non mediata da (mal-) investimenti.
Definire il maggior consumo come Malconsumption per me dà l’idea della sua natura destabilizzatrice: si consuma capitale (risparmi reali à la Wicksell) in cambio di fiat money (cioè moneta che non origina da risparmio reale), riducendo quindi i fondi reali disponibili per l’economia (accentuando l’insostenibilità del malinvestment) senza avviare nuove produzioni; in pratica è un’artificiosa giustificazione per un artificioso boom economico (e come tale, gradita alla Politica).
 
Tra le due fonti di Malconsumption, tassi di interesse minori e aspettative di reddito maggiori, ritengo però largamente più importanti le prime e sostanzialmente residuali le seconde, per vari motivi.
Anzitutto si può considerare che in economie essenzialmente sviluppate (di queste si parla se si pone l’accento sul recente boom di credito al consumo) il lavoro è per la maggior parte un fattore produttivo complementare al capitale, per cui l’occupazione aumenta soprattutto per il “trascinamento” dei maggiori investimenti in capitale fisico (così come ritengo avvenga per gli “investimenti” in “formazione”); questo crea un primo limite all’effetto del ciclo su occupazione e stipendi. Si può considerare poi che in mercati del lavoro fortemente regolamentati (dove la contrattazione è essenzialmente accentrata a livello statale) il trasferimento del boom economico sugli stipendi sia più lento, e si può considerare che in mercati lavorativi più “protetti” (dove è più difficile perdere il lavoro) si senta meno la “maggior sicurezza” data da un’economia in boom (si parte già da un “livello” alto di sicurezza rispetto a mercati dove è più veloce e semplice licenziare, per cui l’effetto positivo sui consumi viene parimenti smorzato, in quanto questi già in partenza “scontano” un elevata “sicurezza”; semplificando, un boom in Italia dovrebbe spingere meno il credito al consumo rispetto agli USA).
Si può considerare anche che una normale tendenza allo smoothing dei consumi, mediando cioè sull’intera vita residua attesa, contribuisca a “spalmare” le migliori aspettative su orizzonti lunghi e di per sé incerti, sostenendo i consumi rispetto al reddito in fasi di rallentamento congiunturale ed evitandone l’esplosione in concomitanza di boom economici; esisterà cioè una certa “vischiosità” dei consumi al seguire l’effetto reddito della congiuntura.
La componente dei tassi di interesse secondo me è molto più importante, perché da una parte agisce direttamente nello sconto dei maggiori redditi futuri (più bassi i tassi, più alto il valore attuale di somme e redditi futuri), e soprattutto perché agisce direttamente con la percezione individuale del “costo di attesa”, cioè con le preferenze temporali. Sappiamo infatti che ognuno acquista ciò che ha un prezzo ritenuto inferiore al valore che egli gli attribuisce, di qualunque natura sia questo valore, essendo il prezzo una misura degli acquisti alternativi possibili (valutati anch’essi in maniera individuale). Lo stesso vale per il tempo: ognuno possiede una sua misura di quanto vale spendere una certa somma rispetto al premio (interesse) ottenibile con l’attesa; quando il mercato offre un tasso superiore a questa misura l’individuo “compra” l’attesa (cioè risparmia), e quando il tasso è troppo basso l’individuo compra subito il bene (consuma). Questo tipo di valutazione è molto più diretto dello sconto di maggiori possibili redditi futuri e maggior sicurezza del posto di lavoro, è quasi un confronto tra due beni con due prezzi in condizioni pressoché di certezza, e per questo lo ritengo più potente se non addirittura “irresistibile”.
 
Il confronto tra tasso di preferenza intertemporale e tassi di interesse di mercato agisce sulla destinazione a consumo o risparmio del proprio reddito. Per parlare di credito al consumo basta allargare un poco la visuale e definirlo “risparmio negativo”: basta porre un tasso di interesse positivo come limite di convenienza o “preferenza” per risparmiare, che per livelli inferiori si avrà convenienza a indebitarsi, e se il debito è finalizzato al consumo si hanno le spinte alla diffusione del credito al consumo.
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5 Responses to “Dal Malinvestment al Malconsumption”

  1. 1

    Prometeo Says

    […]politiche monetarie espansive creano spinte sugli investimenti; i maggiori investimenti implicano maggior occupazione; una maggior occupazione comporta più alte aspettative di reddito; aspettative di maggiori redditi significa maggior (supposta) capacità di indebitamento, e da qui segue un boom del credito al consumo […]

    Mmm… troppo semplice per essere vero… Soprattutto il passaggio per cui il maggior indebitamento passi da aspettative future di maggior guadagno. E soprattutto per il credito al consumo. Questa analisi non esiste. La domanda non se la pone nessuno.

    Anche su maggior investimento=maggior occupazione… ho serissimi dubbi, soprattutto se i maggior investimenti sono fatti in tecnologia.

    Ancora più irralistico è l’assioma maggior occupazione=maggior reddito.

    Trascurare il fatto che il consumo medesimo è incentivato dal mero fatto di poter comprare le cosa a rate (e che questo “debito” venga poi reimpacchettato i un derivato che ne trasferisce il rischio durante l’erogazione) che rende, secondo me, del tutto irrilevante la speculazione sulle ipotesi di maggior reddito futuro.

    I reddititi sono orami troppo livellati per poter ancora dare l’illusione efficacie di un reddito futuro maggiore alla gente. Il 95% del mondo vive al disotto dei 2000€ mese.

    Ed inoltre stiamo parlando di credito per il superfluo, sotto ogni punto di vista.

    E’ giustamente più importante la fonte del malinvestment, cioè i tassi bassi…ma in combinazione con il fiat money (senza fiat e tassi bassi avremmo l’economia ideale). Il malconsuption (neologismo interessante :) ) è conseguenza di un giudizio soggettivo. Gli esseri umani iniziano a desiderare quello che vedono. Nasce prima l’offerta e poi la domanda. Sempre.

    Ovviamente queste dinamiche sono note dai tempi di Giovanni il Battista, ma si fa sempre finta di averle appena scoperte, perchè fa comodo, come dici giustamente, alla politica e […]per questo lo ritengo più potente se non addirittura “irresistibile”[…]

    […]per livelli inferiori si avrà convenienza a indebitarsi[…]

    Una volta questa differenza era la differenza tra tassi di interesse al consumo ed inflazione.
    Oggi che i numeri sull’inflazione sono random e i tassi di interesse al consumo invisibili (tasso zero tag e taen maxi rata finale, senza maxi rata, con anticipo, senza anticipo… porta la percenutale di “proles” in grado di capire il calcolo a meno del 5%)… l’importante è convincere.

    Qual’è il problema oggi? E’ che per la crisi di solvibilità (e non di liquidità) il credito è diventato più caro ed inaccessibile a molti, che s’erano convinti di poterci contare.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Io non sono d’accordo con LF per un fatto di “magnitudine” dell’effetto, non per la sua presenza, e comunque lo stesso LF si guarda bene dallo sparare cifre in merito.
    Io credo che esista una qualche pur minimo meccanismo come descritto da LF, perché è pure vero che se la “bolla” mi fa guadagnare un posto di lavoro io mi “aspetto” di avere una fonte di reddito, e quindi mi sento pure in grando di indebitarmi. Qusto è in effetti qualcosa che accade normalmente, come il fatto che molti ragazzi della mia età e pure meno non hanno preso mutuo casa finché il loro contratto di lavoro non è diventato a tempo indeterminato grazie alle vacche grasse che il mondo si aspettava e che ha inteso sfruttare aumentando gli orgnanici delle ziende.

  3. 3

    prometeo Says

    Un conto è la contrattualistica un conto sono le aspettative sul futuro.

    In un pease dove il mercato del lavoro non esiste, come l’italia, è una logica conseguenza il fatto che un adulto normodotato raggiunga quella stabilità economica sufficiente a fargli ipotizzare l’indebitamento.

    Sebbene… esistono tante forme di indebitamento che non richiedono quasi alcuna stabilità (carte revolving per esempio).

    In UK, dove il problema è esattamente l’opposto, la nettissima maggioranza dei contratti nasce a tempo indeterminato.

    E la propensione all’indebitamento è diversa, non per la diversta stabilità economica, per la diversa maturità dei prodotti finanziari sottostanti l’indebitamento a livello di sistema bancario.

    Tu i ragazzi che citi in italia non si indebitano non perchè non hanno un contratto stabile ma perchè hanno una scarsa propensione al rischio o perchè le banche non li fanno indebitare.

    In altri paesi dove le banche fanno indebitare anche chi non ha alcuna garanzia (come in UK e USA) anche i ventenni senza contratto si indebitano. Al punto che in UK ci sono 5 milioni di individui che pagano le rate dei mutui con le carte revolving.

    La propensione all’indebitamente è figlia dell’offerta di credito.

    Sempre rispetto alla contrattualistica, in Italia, in UE in genere, ed anche in UK, lo sblocco del mercato del lavoro è avvenuto in tempo di vacche grasse. I contratti atipici vengono abusati in tempi di boom, non breakup.

    Perchè ovviamente… massimizzano i profitti.

    Quindi non vedo nessun legame tra previsione futura di reditto ed indebitamento. Per le masse ovviamente. Parliamo sempre di un 60% di popolazione che è estremamente omogeno, che è poi quello che conta.

    E che vota.

  4. 4

    prometeo Says

    […]In un pease dove il mercato del lavoro non esiste, come l’italia, è una logica conseguenza il fatto che un adulto normodotato raggiunga quella stabilità economica sufficiente a fargli ipotizzare l’indebitamento[…]

    ho saltato un pezzo.

    manca: oltre i trentacinque anni.

  1. 1

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