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Banche Centrali in Salsa Orientale

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August 24th, 2010 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Il sistema monetario internazionale a cambi fluttuanti non ha ancora un “Bancor”, come era nei sogni di Keynes, né una Global Reserve Bank. È un sistema appunto basato su fiat-monete scambiate quotidianamente sui mercati valutari, a cui non corrisponde nessun collaterale reale. L’amministrazione e la “somministrazione” delle basi monetarie è di competenza delle relative autorità nazionali. In assenza di vincoli fisici e obblighi di redimibilità, stanti i monopoli all’emissione, il relativo valore legale e l’impossibilità per soggetti privati diversi dagli Stati nazionali ad emettere in regime di concorrenza moneta, la gestione di queste ultime è un fatto politico. Infatti tutte le monete sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Le valute “più uguali” sono quelle che finiscono per essere accettate senza problemi nel commercio internazionale e alle quali viene attribuito un ruolo di riserva. In pratica il dollaro, in misura secondaria l’euro, lo yen e a seguire un gruppetto variegato di divise che comprende tradizionalmente sterline, franchi svizzeri, corone svedesi e norvegesi, dollari australiani e canadesi. Ad ognuna di queste valute corrisponde ovviamente una Banca Centrale. La quasi totalità delle altre valute non supera i confini nazionali o comunque non va oltre l’area di influenza politica ed economica dello Stato di riferimento.

Semplificando ulteriormente possiamo dire che abbiamo un livello globale e tutta una serie di livelli intra-locali più o meno connessi tra di loro. Per quanto caleidoscopico, il sistema ha una sua gerarchia e al primo posto si trova il biglietto verde. Un sistema monetario locale può andare in bancarotta con ripercussioni tutto sommato risibili per il resto del mondo (ex. Zimbawe), viceversa ampie oscillazioni nelle monete di riserva determinano ripercussioni su di una scala di gran lunga superiore.

Fino a questo punto, niente di nuovo sotto il sole. Quello che però è particolarmente interessante nello scenario attuale è che i Paesi emittenti moneta di riserva hanno elevati debiti pubblici e Banche Centrali con attivi poco trasparenti e di cattiva qualità, frutto delle continue politiche di espansione monetaria e degradamento qualitativo cumulate nel tempo ed esplose durante la crisi. La conseguenza di ciò è un indiretto peggioramento dello stato delle riserve valutarie delle Banche Centrali dei Paesi emergenti. Questo perché, sotto il profilo valutario, le strutture dell’attivo e del passivo di quest’ultime sono poco correlate tra di loro. Una svalutazione repentina del dollaro nei confronti della moneta domestica pone qualsiasi Banca Centrale asiatica di fronte a perdite potenzialmente insostenibili. La conseguenza è un subdolo incentivo a replicare in casa le politiche di quantitative easing. Quella che mercantilisticamente verrebbe giudicata una posizione di forza, in realtà rivela appieno le debolezze e le carenze dell’attuale sistema.

Una rivalutazione del 20% del renminbi rispetto alle attività in valuta estera detenute dalla Banca Popolare Cinese si tradurrebbe in un colpo alle finanze pubbliche cinesi nell’ordine di circa il 10% del PIL. Una rivalutazione di proporzioni analoghe del dollaro di Singapore o del dollaro di Taiwan genererebbe perdite pari a quasi il doppio di questa percentuale, rispetto al PIL dei due Paesi. Le perdite sarebbero ancora maggiori per quelle istituzioni, come l’Autorità monetaria di Hong Kong, dove le valute sono ancorate al dollaro (Terrence Keeley, global head of sovereign client services at UBS Investment Bank - Financial Times del 26 luglio).

Alla luce di quanto sopra appare ancora più evidente quanto siano velleitarie le pretese di chi sostiene la necessità di una rapida rivalutazione del renminbi “a prescindere” (come diceva Totò). Una riduzione della dimensione dell’attivo del proprio stato patrimoniale, espresso in valuta locale, imputabile ad un deprezzamento del dollaro, sarebbe in teoria compensabile con una forte riduzione delle passività espresse in yuan supportata da una diminuzione delle riserve obbligatorie. Una azione in tal senso risulterebbe però totalmente incompatibile con il ruolo di garante della stabilità del sistema economico. Se la PBoC riduce i tassi e le riserve obbligatorie innesterebbe un ciclo al cui termine i fenomeni di bank run procurerebbero nuove ed ulteriori difficoltà per la Banca Centrale stessa. Se invece, sulla base dei vari ratio patrimoniali, ci fossero anche dei margini per ridurre l’offerta di moneta in misura tale da compensare sia le perdite già manifeste che quelle derivanti da un a ulteriore stretta monetaria (e quindi da un conseguente ed aggiuntivo deprezzamento del dollaro) si innescherebbe un movimento deflazionista anch’esso foriero di bank run a seguito dei fallimenti nel settore privato. Senza considerare le difficoltà pratiche e politiche, una scelta in tal senso sarebbe poi poco assennata sotto il profilo economico: procedere in una programmata deflazione al solo scopo di ridurre le perdite Infine, una eventuale terza ipotesi, intermedia tra le due precedenti, sarebbe l’equivalente di un esproprio collettivo a favore del settore bancario (pubblico e privato, ovvero della nomenclatura).

Salvataggi bancari, mantenimento del valore delle riserve in divisa estera e massimizzazione dei profitti sono obiettivi che portano verso la prosecuzione del sentiero espansivo anche per le Banche Centrali asiatiche. Quella che alcuni considerano una ripresa di successo, potrebbe rivelarsi prosaicamente un semplice e nuovo ciclo di boom and bust in salsa orientale. È inoltre probabile che l’obiettivo di massimizzare i profitti, attraverso una diversificazione del portafoglio e la detenzione di strumenti rischiosi (come fatto finora), venga lasciato ai fondi sovrani mentre le Banche Centrali si concentreranno nella detenzioni di strumenti facilmente liquidabili, idonei a fornire liquidità ai propri sistemi finanziari in caso di crisi. Anche i (vani) tentativi di porre all’ordine del giorno la creazione di una nuova moneta di riserva ed il rinnovato interesse verso l’oro, visto come attivo puro e apolitico, sono da leggersi in questo senso.

L’attuale sistema basato sul combinato disposto di fiat money e central banking è stato capace di coordinarsi, di “cartellizzare” i comportamenti, di aver proceduto alla creazione di surrogati monetari con una velocità di reazione atta a garantirne la sopravvivenza. Ovviamente il tutto a scapito del contribuente e del potenziale di crescita futura. Considerando tuttavia la pluridecennale attitudine a socializzare le perdite, le dimensioni delle operazioni di quantitative easing e l’incremento dei debiti pubblici è plausibile che il sistema, almeno in qualche punto, sia molto prossimo ai suoi limiti. Una eventuale crisi finanziaria che veda come protagonisti quelli che a torto o ragione vengono considerati i nuovi motori della crescita mondiale potrebbe aprire un vaso di pandora dalle conseguenze difficilmente immaginabili. Tranne una: l’incremento della massa monetaria…

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1 Response to “Banche Centrali in Salsa Orientale”

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