Banche Centrali e Accademismi Fuorvianti - una Lettura
February 9th, 2010 by Leonardo
Questa mi mancava. C’è qualcuno che sta dividendo le Banche Centrali tra “Monetariste” e “Keynesiane”, come Masciandaro sul Sole24Ore del 22/01/09. Le prime sarebbero enti indipendenti con l’unico obiettivo di controllo dell’inflazione; le seconde sarebbero quelle che perseguono più obiettivi anche contrastanti (controllo dell’inflazione e obiettivi di crescita dell’economia) e si occupano anche della vigilanza dei mercati. Da una posizione di superiorità keynesiana negli anni settanta (50% di Banche Centrali keynesiane, 15% monetariste, il resto “cacciucco”) si è ora al vantaggio monetarista (30% contro il 20% keynesiano, e tanto “cacciucco”). Il fine dell’articolo sarebbe lodevole, difendere l’indipendenza delle Banche Centrali, ma questo accademismo è sbagliato e fuorviante.
Anzitutto il Monetarismo non corrisponde a un inflation target diretto. L’intuizione monetarista di Milton Friedman è che “sempre e ovunque l’inflazione è un fenomeno monetario” (si intende l’inflazione dei prezzi), per cui una Banca Centrale dovrebbe solo tenere costante l’offerta di moneta, più precisamente il suo tasso di crescita, e lasciare così che i prezzi si muovano in accordo. Friedman arrivò a dire che le Banche Centrali avrebbero potuto venir sostituite da un calcolatore non essendoci alcuna discrezionalità sulla moneta. In tal senso l’indipendenza della Banca Centrale è superflua, perché appunto non c’è alcuna azione da decidere e rivedere. Va da sé che una Banca Centrale “Monetarista” non è mai esistita, e la definizione di Masciandaro è corretta solo per quell’unicità dell’obiettivo inflazionistico perseguito però indirettamente, il che è molto poco.
Il caso keynesiano è più corretto, perché effettivamente secondo la visione di cui Keynes è stato porta-bandiera gli obiettivi sono più d’uno (inflazione e crescita reale, di solito) e la Banca Centrale ha un ruolo attivo nel perseguirli utilizzando anche strumenti ulteriori a tassi di interesse e offerta di moneta. Bisognerebbe intendersi su cosa riguardi la “vigilanza dei mercati”, probabilmente interventi normativi sull’uso del capitale e sulla operatività per bloccare “eccessi” come leva finanziaria, bolle… insomma speculazione. Ecco, questo è in fondo molto keynesiano.
Masciandaro porta statistiche che non è il caso di verificare perché il Monetarismo è sempre stato ben lungi da una propria applicazione. Mi fa un po’ ridere che il mondo abbia una prevalenza di banche “Monetariste” in questo momento. Certo, la maggior parte delle Banche ha ristretti poteri di vigilanza (ristretti forse come profondità, non come estensione, perché fare da supervisore a tutto il sistema bancario privato non è poco), ma ritengo per lo meno “raro” trovare Banche Centrali votate alla sola stabilità monetaria (pensando agli statuti, ricordo solo Bundesbank e Banca Centrale Olandese, ora esecutori della BCE), mentre la scena è tutto di Banche che pesano il fattore crescita nelle proprie decisioni: la Federal Reserve, la BCE, la Riksbank, la Banca Centrale dell’Australia e quella Neozelandese… tutte queste (e pensiamo a quanta parte del mercato monetario controllano), specificando o meno un obiettivo sul livello dei prezzi, si curano di dare opportuni stimoli all’economia reale, oltre che di garantire un certo regime di scambi per lo meno tra le banche private. Negare questo è negare la storia meno recente, per non parlare degli ultimi anni in cui si è fatto di tutto di più. Se ci si basa sulla sola non-esclusività del target inflazionistico, semplicemente non esiste alcuna Banca Centrale “Monetarista”, e praticamente sono tutte “Keynesiane”.
E non può esser che così, perché come ripeto ormai ad nauseam le Banche Centrali, quelle occidentali almeno, hanno esponenti di nomina governativa e pareggiano il bilancio con il Tesoro del loro Paese. Sia il portafoglio che chi lo maneggia derivano dallo Stato, dunque le Banche Centrali sono agenzia statali più di quanto lo fossero FannieMae e FreddieMac. Il termine “indipendenza” è perciò traditore, perché il senso comune gli dà un significato, ma in letteratura economica si parla di indipendenza sull’uso degli strumenti (decidere quanto e come muovere i tassi, ad esempio) subordinata alla dipendenza dalla Politica nel decidere gli obiettivi. Indipendenza strumentale: sei libero di agire purché tu arrivi dove voglio io. Questa sola precisazione credo che sgonfi molto la portata del dibattito, e con esso anche le rilevanza delle possibili soluzioni.
Spiegato che per me l’accademismo tra Banche Centrali “Monetariste” e “Keynesiane” ha filologicamente poca attinenza con la realtà, ricordo che Masciandaro intendeva difendere le prime come modello migliore in quanto il non-coinvolgimento nella vigilanza evita loro attriti e pressioni politiche, così che possono meglio concentrare gli strumenti sul fine istituzionale e ottenere risultati migliori. Il ragionamento avrebbe un senso, ma temo che i migliori risultati ottenuti siano sempre e comunque, per quanto detto sopra, viziati dalla Politica che detta sempre il fine ultimo, ma semplicemente in modo meno evidente.
Masciandaro indica poi che l’aver individuato come causa dell’attuale crisi una carenza di vigilanza espone le Banche Centrali ad attacchi politici volti a toglier loro l’indipendenza, attacchi cui è seguita ad esempio la risposta di Bernanke che ha rimandato le accuse al mittente additando invece la scarsa regolamentazione quale causa prima della crisi (cioè: problema di regole mancanti, non di errori di applicazione), invocando così addirittura la necessità di maggiori poteri alla Banca Centrale. Per quanto già detto è una questione di lana caprina, economicamente parlando: Stato e agenzie statali che si rimpallano le colpe volendo risolvere il problema chiedendo (entrambe!) maggiori poteri, quindi un mero scontro politico tra politicanti. Oltretutto una Banca Centrale che avoca a sé ulteriori poteri e funzioni non è proprio “monetarista” neppure nel senso ampio di Masciandaro.
Tirando le somme, il messaggio “accademico” di Masciandaro ha senso, ma viene esposto a mezzo di una tassonomia filologicamente scorretta e fuorviante. Non ha senso parlare di Banche Centrali “Monetariste”, perché non esistono, e all’interno di queste ha ancora meno senso prendere BCE e Bank of England come la prima “campione” e la seconda “delusione” monetariste (Masciandaro giudica positive le performance inflazionistiche della prima e deludenti della seconda) senza prima discutere adeguatamente (e nessuno lo fa) delle conseguenze de-flazionistiche delle aperture ad Asia e Est Europa nonché delle diverse strutture finanziarie anglosassoni e continentali, fattori che possono inquinare molto le performance delle Banche Centrali indipendentemente da loro assetto istituzionale.
In ogni caso, va bene discutere di performance, poteri, responsabilità… ma riguardo l’assoluta indipendenza delle Banche Centrali non serve discutere: non esistono Banche Centrali indipendenti nel mondo, comunque le si possano battezzare.
Stiamo solo guardando le pagliuzze (questo controlla un po’ di più, questo un po’ di meno…) dimenticando le travi (le Banche Centrali sono enti statali, non vengono da Marte e non sono gestite da asceti ed eremiti), perché in fondo lo scontro è solo politico e populista (chi controlla la Banca delle malvagie e avide Banche?) e sotto sotto si sta solo cercando una scusa per ampliare il controllo statale sui mercati finanziari, obiettivo su cui tendono a convergere Governi e Banche Centrali e scenario suggerito da IHC a inizio anno; lo scontro è solo su “chi” avrà tale potere materialmente, quindi è solo cabaret.

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