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“Something is Rotten in the State of Denmark” Ovvero: C’è del Marcio in Danimarca…

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December 7th, 2009 by Leonardo

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di Silvano, IHC

 

Il conto alla rovescia verso la nuova Internazionale Ecologista sta giungendo a termine e tra non molto, a Copenhagen, un consesso di individui da cui non acquisteremmo un auto usata e che spesso disprezziamo a livello nazionale, si riunirà per illustrarci lo stato del mondo prossimo venturo da oggi al 2100 se non verranno presi urgenti provvedimenti. Visti gli esiti fallimentari delle Internazionali Socialiste del secolo scorso, quello attuale si apre all’insegna delle Internazionali Ecologiste. L’obiettivo non è più il capitale o la proprietà dei mezzi di produzione, bensì quello tanto generico quanto pervasivo dell’anidride carbonica. Un elemento naturale che, dalla fotosintesi clorofilliana alle flatulenze delle mucche, passando per ogni attività umana caratterizza in una qualche misura ogni aspetto della vita sul pianeta.

Per sgomberare ogni eventuale dubbio, chiarisco subito che ritengo gli ambientalisti "stile Al Gore" dei talebani dello sviluppo (senza offesa per i talebani), degli idolatri del leviatano, degli ideologi di un totalitarismo subdolo e strisciante che pretende di regolare la vita individuale a partire dal modo in cui selezionano la monnezza domestica fino alla gestione di qualsiasi attività produttiva. Considerando che il sogno di uno dei fondatori del WWF, il principe Filippo di Edimburgo, è quello di reincarnarsi in un virus che elimini il problema del sovra-popolamento demografico colpendo quanti più individui possibile, ritengo che la precedente sia, tutto sommato, un’opinione benevola.

Ma analizziamo adesso alcuni punti "marci" dell’ambientalismo sotto un’ottica pacatamente liberale.

Innanzitutto il dibattito sui dati. Sotto il profilo scientifico ha raggiunto un livello di intensità ideologica, con pochi precedenti, tipica dello scontro politico. Non a caso una gran quantità di dati prodotti a sostegno delle tesi sul cambiamento climatico proviene da soggetti government funded o comunque relazionabili a lobby o soggetti con forte capacità di pressione sugli orientamenti del potere politico, IPCC in primis. E questo non è un problema di poco conto: ontologicamente una burocrazia (sia essa  amministrativa che tecnica) non produrrà mai un output che affermi la propria inutilità, viceversa supporterà sempre tesi di senso contrario e si rivolgerà sempre a soggetti che possano incrementarne le competenze e le risorse a disposizione.  L’assioma di ogni burocrazia è la sua indispensabilità. Se così non fosse non vi sarebbe motivo di foraggiare un ente che non è in grado di far pareggiare i costi con i ricavi. Se così non fosse non sarebbe giustificabile il ricorso alla fiscalità generale. Quindi una burocrazia o è indispensabile o non è. Uno degli errori madornali dei sostenitori dell’ intervento statale è quello di pensare che i soggetti che operano nel settore pubblico non perseguano finalità proprie di profitto al pari dei soggetti privati. Il funzionario dovrebbe, di norma, essere ligio ai propri doveri verso la collettività, il medico curare tutti i malati nel rispetto del giuramento di Ippocrate, l’insegnante adoperarsi per amore dell’istruzione, lo scienziato agire per amore della ricerca della verità, e così via. All’appello probabilmente mancano soltanto i netturbini che spazzano per amore dell’igiene e del pulito, ma questo contrasterebbe in modo troppo lapalissiano con il senso comune e rischierebbe di inficiare gli esempi precedenti. In realtà gli individui, inclusi i nobili ricercatori e gli esperti di climatologia, agiscono per obiettivi e fini solitamente molto più prosaici - stipendi, carriere, promozioni, successo personale - e verso questi orientano il proprio fare. Costituire e sussidiare mastodontici apparati accademico - burocratici volti all’appuramento e allo studio del global warming produce un risultato sicuro: schiere d’intellettuali zeloti alla causa come funzionari di partito. Questo è un risultato negativo per l’avanzamento del progresso scientifico stesso. A prescindere dal fatto che il klimatburò possa produrre o meno anche qualche paper interessante, il processo di ricerca nel suo complesso è viziato ab origine. Ed infatti il klimatburò reagisce alle critiche bollando di negazionismo le tesi avverse. Atteggiamento non proprio salottiero.

Vediamo adesso due mantra che sono già entrati a far parte delle nostre vite quotidiane: il risparmio energetico ed il riciclaggio. Entrambe sottintendono una visione totalmente statica dei processi economici ed una sfiducia pressoché assoluta nelle capacità degli individui di innovare e progredire in maniera autonoma. Un esempio banale è quello delle lampadine a risparmio energetico. Il miglior motivo per renderne più efficiente e meno costosa la produzione era già presente sul mercato: la concorrenza di lampadine incandescenti a basso prezzo. In nome del risparmio energetico questo prodotto verrà progressivamente ritirato dal mercato con il massimo godimento dei produttori di illuminazione “ecosostenibile” a cui verrà risparmiata la fatica di sforzarsi ulteriormente in termini di innovazione e miglioramento dei processi produttivi. Al momento non sappiamo se altri competitors ancor più costosamente "ecosostenibili", come i produttori di led, si affermeranno sul mercato. Sicuramente possiamo dire che hanno sperimentato di persona le lampade a fluorescenza, poiché reclamizzano i led per la loro luce calda e naturale (tutte qualità che le c.d. lampadine a risparmio energetico non hanno). Un altro sottinteso dei crociati della lampadina intelligente è che la domanda di energia elettrica per individuo sia un fattore costante “k”. Per questi ingegneri sociali il concetto di elasticità della domanda è irrilevante: una diminuzione del prezzo per unità prodotta è priva di conseguenze (intese come maggior consumo di luce o energia elettrica, maggiori tempi e luoghi di illuminazione, numero di punti luce per abitazione o più semplicemente maggior utilizzo di altre apparecchiature elettrodomestiche). L’energia elettrica per uso domestico è quindi concepita come un mero fattore da razionare - costante appunto. A quando le "energy card", moderna evoluzione delle tessere annonarie ? Al momento non è dato saperlo, ma nel frattempo possiamo accontentarci di rilevare come i tutori dell’ambiente stiano mettendo fuori dal mercato un prodotto piuttosto biodegradabile (composto essenzialmente da un bulbo di vetro, rame ed un filamento di tungsteno) a favore di un altro, contente mercurio, senza remora alcuna circa lo smaltimento di quest’ultima sostanza (non propriamente user friendly).  Un altro capitolo interessante è quello del riciclaggio ed in particolare quello della raccolta differenziata. Cominciamo con il dire che il riciclaggio è in tutto e per tutto un processo manifatturiero di carattere industriale e come tale deve essere valutato. Prendiamo ad esempio la carta ed il vetro. Sono il prodotto rispettivamente della lavorazione della cellulosa e del diossido di silicio. Elementi piuttosto abbondanti in natura, dato che sono presenti nelle piante (le quali possono venire coltivate, e lo sono) e nella sabbia comune (che non è esattamente un bene scarso). E dunque: è così necessario riciclarli? È proprio necessario finanziare pubblicamente un lungo processo produttivo che ha come input della carta piena di inchiostro che deve essere appositamente raccolta, sbiancata e trattata chimicamente per avere come output ancora una volta della carta, ma di qualità peggiore? No. Suonerà come una bestemmia di fronte alla nostra assuefazione al politicamente corretto, ma la risposta è: date le attuali tecnologie e disponibilità dei fattori di produzione, no. Il riciclaggio in realtà esiste da sempre: vengono attualmente riciclati scarti delle lavorazioni di alluminio, rame, oli industriali, lamiere e molti altri beni, senza che vi sia la necessità di "campagne sensibilizzatrici" o “gestioni pubbliche”. Un intero distretto produttivo, quello di Prato, è cresciuto, decenni or sono riciclando stracci vecchi provenienti da ogni parte del mondo. Tutto ciò che può essere reimpiegato in forma e modi utili, tendenzialmente, viene riutilizzato e immesso in qualche altro nuovo processo produttivo grazie all’ingegno umano. È giustificabile il riciclaggio della carta con la tutela dei boschi? No. Nell’Europa centrale e orientale vi sono intere parti di foreste piantate e curate a suo tempo per rifornire l’industria cartaria e quella del legname. Così come la commestibilità ha assicurato una lunga vita a bovini e suini, altrettanto si può dire per l’uso industriale del legno. Visto quindi che, tutelando la proprietà privata, è possibile investire (e si fa) in foreste idonee a soddisfare gli usi umani del legno, passiamo adesso a chiederci: dov’è che viene effettuato il disboscamento “selvaggio”? Tendenzialmente nei paesi privi di regimi giuridici stabili, dove la trinarciuta figura del “proprietario” (già discussa nell’articolo sull’acqua) non è adeguatamente tutelata, dove le foreste sono dello stato, il quale ne ha un controllo spesso nominale, superficiale o affidato a burocrati ovviamente corruttibili. In pratica, in tutti quei paesi dove le foreste, volenti o nolenti, si stendono intonse come oggetti abbandonati, res derelictae alla mercé del primo che passa.

La creazione infine di un mercato globale delle emissioni di CO2, con “quote” assegnate ad ogni singolo paese, negoziabili al pari dei titoli di proprietà o dei titoli di credito e l’adozione di meccanismi sanzionatori per i paesi “non virtuosi” è l’orgasmo multiplo degli amanti del Big Government e come tale merita un capitolo autonomo, per la stesura del quale aspettiamo i futuri sviluppi delle prossime Internazionali Ecologiste.

Something is rotten in the state of Denmark”.

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9 Responses to ““Something is Rotten in the State of Denmark” Ovvero: C'è del Marcio in Danimarca…”

  1. 1

    Leonardo, IHC Says

    Gran bel pezzo. Ancora meglio del pezzo sull’acqua. Si potrebbe aprire una serie di discussioni e proposte su questi temi.

    Mi piacerebbe che EssereDisgustevole dicesse la sua anche stavolta.

  2. 2

    prometeo Says

    Devvero interessante. Concordo in pieno su tutto. Mi piace soprattutto il neologismo “klimatburò”! :)

    Esseredisgustoso non ha più ribatutto sull’acqua…

  3. 3

    matteo Says

    Non sono del tutto d’accordo con quanto scritto. Ritengo che la valutazione da fare sia in termini di convenienza complessiva, in ottica LCA. Quindi riciclare la carta potrebbe essere effettivamente uno spreco (ne preferisco, personalmente, l’incenerimento con altre frazioni dei rifiuti solidi urbani). Sulle lampadine tradizionali, non dimentichiamo la vita utile delle lampadine ed il costo energetico finale: è quello che l’utente/cittadino paga. Quindi la giusta soluzione è come al solito nel mezzo: lampadine a risparmio energetico per utilizzi prolungati, lampadine normali per usi sporadici ed a bassa potenza.

    Tuttavia, il fatto che l’uso dell’energia in generale oggi sia spregiudicato, credo sia fuori dubbio: semplicemente troppi sprechi (che ad un paese come l’italia, o ad una unione di stati come l’europa, costano e parecchio). Oggi, più consumi energetici implicano più costi finali e più produzione di CO2: non ne farei tanto (o soltanto) una questione ambientalista…

  4. 4

    silvano Says

    Matteo, tu hai fatto una osservazione da “libero consumatore” sulle lampadine, peraltro mediamente condivisibile. Il fatto è che l’ecologismo tout court toglie libertà al consumatore ed al produttore. E’ un mio diritto avere anche idee che altri ritengono sbagliate, o pagare di più per consumare più energia. Io in auto vado a gpl perchè valorizzo soggettivamente la spesa per km percorso più di altri elementi (sono sparagnino..), ad ex. prestazioni brillanti o una guida sportiva. Ma non ho diritto di impedire ad altri di acquistare vetture energivore che vanno da 1 a 100 in un nanosecondo. O tornando all’esempio delle lampadine: è possibile che io sia sedentario e preferisca godermi qualche agio in più a casa (ad ex. una qualità luminosa migliore) anziché viaggiare di più. Io voglio essere libero di avere delle preferenze, cercare di soddisfarle a mie spese, sbagliare, cambiare e cambiare ancora. Voglio che gli imprenditori siano liberi di proporre sul mercato le combinazioni produttive che credono più utili e profittevoli senza sovrattasse imposte da ingegneri sociali e che siano i consumatori, con i loro capricci, a decidere chi vince e chi perde.

  5. 5

    silvano Says

    La CO2 poi è un gas incolore, inodore e innocuo. Fa parte di tantissimi processi biologici. Quando vediamo i fumi delle ciminiere, ciò che è nocivo non è la CO2, ma le risultanti dei processi di combustione e trasformazione. Non vi è correlazione diretta dimostrabile tra la quantità di CO2 singolarmente prodotta da un soggetto X (sia esso una mucca, un uomo o una fabbrica) e l’andamento delle mezze stagioni nel punto Y. Se A immette qualcosa nelle proprietà di B, C, D, E..Z (qualunque cosa: rumori molesti, gas di scarico, sostanze inquinanti, rifiuti tossici) contro la loro volontà, arrecando un danno alle loro proprietà o alle loro persone è doveroso che paghi. Tutto il resto, stabire imposizioni fiscali sulle flautulenze senza prova di correlazione diretta, è socialismo in salsa verde ammantato di un religioso amore per sua divinità gaia madre terra.
    La prima risposta al cambiamento è l’adattamento. Se, come successo in provincia di Pisa, il fiume Serchio esonda, si ricostruiscono gli argini e si migliorano le opere di ingegneria idraulica, non si fermano le fabbriche di mezzo mondo nella speranza di portare le precipitazioni piovose del microclima locale ad un ipotetico livello ottimale.

  6. 6

    matteo Says

    Grazie per le tue risposte! Quoto:

    “Il fatto è che l’ecologismo tout court toglie libertà al consumatore ed al produttore.”

    “Io voglio essere libero di avere delle preferenze, cercare di soddisfarle a mie spese, sbagliare, cambiare e cambiare ancora. Voglio che gli imprenditori siano liberi di proporre sul mercato le combinazioni produttive che credono più utili e profittevoli senza sovrattasse imposte da ingegneri sociali e che siano i consumatori, con i loro capricci, a decidere chi vince e chi perde.”

    In linea generale sono d’accordo, con una doverosa precisazione: quando si passa a discutere di fabbisogno energetico, come ce la caviamo su un pianeta con una popolazione mondiale crescente avente consumi energetici crescenti? Il problema è nell’attuale produzione di energia (energia da combustibili fossili, costi, emissioni di CO2): se l’energia di cui abbiamo bisogno non implicasse forti emissioni di CO2 in atmosfera, non ci sarebbe certo il problema di limitare i consumi energetici e comunque sul libero mercato si formerebbero i prezzi più consoni alla situazione.
    Per un paese energeticamente dipendente dall’estero, il problema ENERGETICO comunque non si risolverebbe lì: i cittadini continuerebbero a pagare per maggiori costi, per di più con un flusso di cassa negativo (cioè verso l’estero).

    Oggi, quindi, più emissioni di CO2 significano più consumi energetici e viceversa: si può vedere come un’unità di misura alternativa al costo energetico (o all’impatto sul bilancio energetico regionale/nazionale/continentale) che ciascuno di noi sostiene.

    Per quanto riguarda il problema AMBIENTALE, non andrei a cercare tante evidenze sperimentali o approssimativi modelli sul riscaldamento globale. Che il riscaldamento globale ci sia o meno, non vi è certezza.
    Non mi alletta nemmeno il “…socialismo in salsa verde ammantato di un religioso amore per sua divinità gaia madre terra.”
    Ritengo sufficiente ragionare sui numeri: dati alla mano, i livelli di concentrazione di CO2 in atmosfera non risultano così alti da circa 800.000 anni (riporto il dato pubblicato su NG di dicembre, ‘The Carbon Bathtub’) e sono in aumento. Non solo, sono destinati comunque ad aumentare in futuro in quanto i processi naturali di rimozione della CO2 sul pianeta non tengono il passo con le emissioni attuali (e mica di poco!).
    E’ forse prudente ignorare la questione, tenuto conto che il pianeta nel suo complesso reagisce con cinetiche di reazione lente a concentrazioni crescenti di CO2 in atmosfera di poche parti per milione? Concentrazioni piccole e cinetiche di reazione lente significa tempi lunghi. Lunghi! E’ forse prudente, oggi, ignorare l’incertezza di rompere o meno un ‘giocattolo’ che potrebbe aggiustarsi sì da solo, ma in centinaia di anni?

  7. 7

    silvano Says

    Grazie a te di leggere e quotare Matteo.

    Vedi, il punto di divergenza è (relativamente) semplice. Per me, le emissioni di CO2 non rivestono particolare importanza. In questo tendo a sposare la linea di pensiero degli scettici, senza affezionarmici troppo perchè le ricerche sul climate change sono spesso condizionate dal peccato originale di finanziamenti non disinteressati. Se getto del mercurio su un campo, se espongo costantemente i dipendenti all’amianto, se emetto dei gas di scarico con l’auto, io sono in grado di dire chi o cosa danneggio e come compio il danno. Se emetto della CO2 no. La CO2 in se non è un inquinante. Ovviamente non è possibile vivere in un’atmosfera costituita al 100% da CO2, come non è possibile vivere sott’acqua o in una qualsiasi atmosfera priva di ossigeno. Questo non vuol dire che tutto ciò che è diverso dall’ossigeno sia dannoso in quanto tale. Ritengo che l’adattamento anche a mutamenti catastrofali sia la miglior risposta che l’uomo possa dare nella sopravvivenza come specie. Sulla base delle previsioni fatte negli anni ‘70, allo stato attuale il petrolio dovrebbe essere già terminato e invece siamo ancora qua a discutere di idrocarburi. Ciò che limita l’utilizzo dell’energia sono i vincoli di bilancio e quelli tecnologici, ed entrambi sono mutevoli nel tempo e non statici. Io mi fido di un libero sistema di formazione dei prezzi (come indicatore del grado di scarsità / richiesta delle risorse) e dell’ingegnosità umana nell’efficentare i processi e diffido dei pianificatori e dei “salvatori” del mondo. Sono anche consapevole della finitezza e mortalità dell’uomo. Sotto il profilo temporale siamo semplicemente un puntino microscopico lungo serie di milioni di anni e possiamo vernir spazzati via da fenomeni naturali enormemente più grandi di noi, ere glaciali, derive dei continenti e quant’altro.

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