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Pareto e la Politica (Rileggere Pareto, parte III)

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June 17th, 2013 by Leonardo

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di Biagio Muscatello

 

Nel campo della filosofia politica, molti parlano dell’antitesi tra individuo e Stato, ponendosi il problema del ruolo e dell’importanza da attribuire all’uno o all’altro. Pareto osserva che è miope polarizzare l’attenzione sui due estremi, senza considerare la molteplicità dei corpi intermedi – corporazioni, compagnie, trades’ unions, etc. (e tanti potremmo aggiungerne oggi) –, che svolgono molte funzioni in modo adeguato. Alla prima estremità dell’antitesi egli vede gli anarchici, che rifiutano lo Stato; alla seconda estremità i socialisti, che idolatrano lo Stato. Ma sia gli uni che gli altri “vorrebbero ricondurre la società ad uno Stato omogeneo, composto da individui assolutamente isolati” [1]. In altri termini, i due estremi vorrebbero annullare il processo di differenziazione sociale.

 

Pareto associa a una maggiore differenziazione un maggior grado di libertà:

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Un Modello di Morte della Classe “Media”

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June 14th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ogni tanto risento il ritornello della sparizione della classe media; l’ultima volta, l’ho sentito in concomitanza di una discussione sull’allargamento della differenza tra “ricchi” e “poveri”, in cui la classe “media” sparisce perché tende a “scendere”, il che allarga il fronte dei “poveri” rispetto ai “ricchi”.

È una tendenza non solo italiana. Cose simili si sentono perfino in Germania. Non sarò io a risolvere il rebus del perché questo accade e come si potrebbe evitare (sempre che si debba evitare, considerazioni umanistiche o moralistiche a parte), però mi sovvengono un paio di riflessioni che voglio buttare sul tavolo.

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Scorie - L’Apparente Soluzione È Sempre la Stessa‏

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June 12th, 2013 by Leonardo

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di Matteo Corsini

 

"I segnali sulla ripresa americana sono disomogenei, ma la maggioranza degli opinionisti ritiene che siano prevalentemente positivi. Fra quelli migliori rientrano i dati sul mercato immobiliare, comprendenti il rinnovato aumento dei prezzi delle abitazioni… Le vicende del mercato bancario e finanziario non sembrano aver avuto un ruolo decisivo nella ripresa di quest’ultimo, ma bisogna tener presente che da anni larga parte dei mutui, specie per l’acquisto delle abitazioni, beneficia dei rifinanziamenti delle note agenzie Freddie Mac e Fannie Mae e soprattutto della garanzia statale, la quale riduce a zero il rischio il rischio dei finanziatori e rende i mutui negoziabili nel mercato delle cartolarizzazioni… In un periodo come quello che stiamo vivendo… nessuno si stupirebbe se lo Stato intervenisse, per esempio, secondo il modello americano… il suo costo non sarebbe particolarmente pesante per i contribuenti, anzi potrebbe essere pari o vicino allo zero… Detti mutui sarebbero assimilabili ad attività garantite dallo Stato, con conseguenze interessanti ai fini dell’applicazione dei ratio patrimoniali, oggi particolarmente penalizzanti per l’attività creditizia". (R. Ruozi)

 

Roberto Ruozi, a lungo professore e poi rettore all’università Bocconi, guarda all’andamento del mercato immobiliare statunitense e ne trae la conclusione che la fornitura di garanzie statali ai mutui ipotecari o alle cartolarizzazioni di quegli stessi mutui sarebbe un gioco a somma positiva anche in Italia.

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Hayek e gli “Investimenti Pubblici”

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June 10th, 2013 by Leonardo

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di Biagio Muscatello

 

Qualche nota sull’analisi hayekiana delle fluttuazioni economiche. In un breve articolo non si può tentare nemmeno un abbozzo; per questo, rimando alla prossima edizione (IBL) di Hayek, da me curata, dei saggi sull’Effetto Ricardo. Quello che vorrei fare qui è inserire nel suo contesto alcune affermazioni dell’economista austriaco, frequentemente citate negli ultimi tempi: contestualizzare per capire il reale filo conduttore. L’affermazione tipica è la seguente: Una politica di sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica può ben essere giustificata [1]. È tratta da “Profits, Interest and Investment” (1939).

Vediamo quali sono le premesse di quest’affermazione.

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La Teoria e gli Storici

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June 7th, 2013 by Leonardo

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di Ennio Emanuele Piano

 

La deriva della storiografia

 

Leggendo il testo di un discorso tenuto nel 2002 da Eric J. Hobsbawm — il celebre storico marxista britannico da poco scomparso — a proposito della sua esperienza nel mondo accademico, mi sono ritrovato a condividere una sua riflessione a proposito degli sviluppi della storiografia negli ultimi cinquanta anni. L’autore de “Il Secolo Breve” denunciava la moda, emersa dopo il Sessantotto, di dedicare intere carriere a quella che lui definisce “in-group history”, una storia caratterizzata da un forte “identitarismo” e che perciò rischia di essere “interamente accessibile solo da parte di coloro che condividono l’esperienza storica o di vita” del gruppo preso in esame. Un altro fenomeno di cui egli si lamentava era quel filone di studi detto microstoria, di cui (non a caso) gli italiani (con Ginzburg) sono stati tra i capofila.

Distratti, per così dire, da questi due nuovi generi, gran parte degli storici hanno perso di vista la loro funzione esplicativa dei processi di lungo periodo che hanno modificato il volto dei gruppi umani negli ultimi 10.000 anni. Ignorati dai professionisti, tali processi sono recentemente divenuti oggetto dell’analisi di studiosi provenienti da altre branche di studio “dalla cosmogonia ad un reviviscente darwinismo evoluzionista. E questo ha trasformato la Storia stessa, anche se molti storici paiono non averne preso coscienza: attraverso la biologia molecolare ed evoluzionista, la paleontologia e l’archeologia, la Storia è stata reinserita nel contesto di un’evoluzione globale”.

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L’UKIP e Nigel Farage Parlano da Libertari o da Populisti?

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June 5th, 2013 by Leonardo

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di Walter Paiano

 

Ho curiosato un pò sul sito dell’UKIP, il partito per l’Indipendenza britannico guidato dal carismatico Nigel Farage, un paio di giorni fa, cercando di farmi un’idea della loro collocazione sui temi attinenti alla politica economica.

Le elezioni per il rinnovo delle circoscrizioni provinciali britanniche di giovedì 2 Maggio hanno arriso al partito che fa dell’uscita dalla UE, della lotta alla microcriminalità e del controllo sui flussi migratori i cavalli di battaglia del proprio manifesto politico. L’UKIP ha ottenuto un incredibile 23% dei voti su scala nazionale (ma "solo" 147 seggi totali a causa delle regole di attribuzione dei seggi) e l’attenzione della stampa internazionale e degli altri 3 maggiori partiti del Paese (laburisti, conservatori e LibDem). I paragoni con l’italiano movimento dei 5 stelle si sono sprecati, ma quello su cui mi concentrerò oggi è qualcos’altro.

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Discutendo di Austrismo: dell’Euro

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June 3rd, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Qualche tempo su Archeofinanza (blog del gentile Fontana) ho tenuto una discussione via post sulla Scuola Austriaca (v. questo e segg.). Anzitutto abbiamo convenuto che la Scuola presenti una frammentazione che arriva allo sterile settarismo, e spesso a causa di interpretazioni decontestualizzate dei testi fondamentali (Mises in primis). La discussione ha poi toccato molti altri punti (scientificità confusa con l’empirismo, efficacia della politica monetaria, inflazione, settore immobiliare, l’euro).

La discussione è fin troppo articolata per esser riassunta; tanto varrebbe copiare per intero i cinque post in cui si è articolata (e che merita comunque una lettura). Ne attingerò di volta in volta con alcuni richiami per allargare se possibile il raggio delle considerazioni.

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Hayek e la Deflazione

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May 31st, 2013 by Leonardo

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Questo prezioso articolo del prof. Muscatello discende da un problema sollevato da Fontana durante una discussione, a mezzo di articoli successivi, tenuta su Archeofinanza (il pezzo è già stato pubblicato qui; si vedano anche i pezzi precedenti).

 

di Biagio Muscatello

 

Premetto che gli argomenti cui accennerò sono stati ampiamente sviluppati nel cap. 20 di un mio libro di qualche anno fa [1]. Vedrò di sintetizzare le idee di Hayek sul tema.

 

1) Deflazione quantitativa (“vera deflazione”)

Come esempio, Hayek indica il processo avviato in Gran Bretagna dalla decisione del 1925 di tornare al gold standard, dopo la «modestissima» [2] inflazione seguita alla prima guerra mondiale. Questa decisione fu errata, non per il ritorno in se stesso al gold standard, ma per la presunzione di riportare la sterlina alla parità precedente con l’oro. Il fallimento di questo tentativo (1931) segnò la fine della ricetta quantitativa della deflazione come rimedio per l’inflazione. Tuttavia, se non funzionò la terapia, non c’erano dubbi sulla malattia: l’inflazione.

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Come Legare gli ABS ai Tassi Negativi

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May 29th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

A leggere qua e là sembra che sia una certezza: prossimamente la BCE entrerà nel magico mondo dei tassi negativi. Già tra il 2008 e il 2009 anche la Taylor Rule ha prescritto un tasso di intervento della BCE al -1%, anche se la BCE si è limitata a stare di un punto sopra lo zero, quindi l’idea non è nuova-nuova almeno come speculazione teorica fondata (sì, fondata su una regola di imitazione di una Banca Centrale discrezionale, ma lasciamo stare quest’ossimoro).

Il tasso negativo di cui si parla oggi non è però tanto il famoso Refi (che fa le veci del vecchio tasso ufficiale di sconto), bensì il tasso di rendimento dei depositi delle banche presso la BCE.

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Il “Paese degli Accampati” e la Crisi che Parte da Lontano (parte II)

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May 27th, 2013 by Leonardo

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di Claudio Bandini

 

Ai tumulti del mondo che cambia la politica italiana rispondeva entrando definitivamente nel pantano con le convergenze parallele, che poi diventano il compromesso storico che poi diventa consociativismo. Le legislazioni non finiscono mai (nel senso che non arrivano a cinque anni), i Governi in media non durano che nove mesi prima di partorire la crisi. L’unica cosa su cui ci si trova d’accordo è allargare i cordoni della spesa per l’anno dopo, che tanto ci abbiamo Bankitalia a comprare il debito: siamo o non siamo nel paradiso della sovranità monetaria? Ma in tutto questo si potrebbe ancora osservare: si, d’accordo l’inflazione, d’accordo i deficit quasi a due cifre (nel 1975 tocchiamo un bel -7,6% di disavanzo primario) e una classe politica da calci in culo. In fondo, pur con terroristi a destra e a sinistra, scioperi in ogni e quant’altro, il PIL marciava pur sempre a un 3,9% di crescita media, valore, per cui oggi saremmo ben lieti di dare una fettina di culo. E c’era pure un sistema fiscale su cui ancora si poteva agire al rialzo (mica come ora), anche perché le tasse erano distribuite male e riscosse peggio. E poi insomma, il welfare a pioggia ce l’avevano un po’ tutti in Europa e si tirava avanti. Davvero, ci si può chiedere, c’era bisogno di cacciarsi nello SME, nell’ERM (altrimenti detto Eternal Recession Mechanism, mi suggeriscono) a cui aderiamo nel 1979 (favorevoli DC e i partitini alleati, contrario il PCI e astenuto, quindi favorevole, il PSI. Questo per chi volesse chiedere i danni)?

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